il primo schiaffo è uno specchio, la mia faccia striata di alcol e stanchezza, un vestito attillato, un domani fulgido ingurgitato in un presente costante. il primo schiaffo è un abbandono, un vertice di solitudine magnifico. il primo schiaffo è felicità nuda, senza contesto.
elisa non semtte di parlare un istante, oppongo la stessa resistenza che potrebbero tre stuzzicadenti in croce rispetto ai baldacchini di berniniana fattanza.
il secondo schiaffo è una canzone terribile: la bruttezza è sublime, terribile, ascetica. mi decopongo in anfratti decuplicantisi, tutti tramati sulla stessa partitura pessima del pezzo che la mia autoradio sfoga in loop.
elisa non smette un fottuto attimo di parlare, non so cosa dica, tanto meno so il perché. pare deliziata dal potersi sfogare, incantata dal poter ritessere nel racconto una vita possibile, da opporre a quella sfocata e asciutta che s’ostina a vivere.
le dico a un certo punto, oltrepassando il reno, due cose che m’inteneriscono il cuore. non ci fa caso. la sua litania è deliziosamente imperante.
il terzo schiaffo è la mia onestà, il mio muso ostinato, la mia parola mai negata, il mio sfrontato desiderio di pulito sfascio del sé. i miei palmi ricolmi di peccato, opposti alla volgare e gloriosa possanza degli innocenti, dei sedicenti tali, degli ammorbanti infanti che vanno inflazionando il mondo, forti del loro vagito incontaminato. ma io sono ferocemente orgogliosa del mio peccato originale, della mia fuga dal paradiso plastificato, del mio consumo senza reticenze del mio corpo. facciano i corvi senza macchia di me il loro pasto. virile supponenza nella forma, perseveranza femminista nell’errore ragionevole, le fonti che mi decifrano incostanti.
sono ubriaca quanto basta per avere orrore di ciò che non vedo e crticare ciò che vedo.
elisa non smette un secondo di parlare, ma io sono fradicia di quella felicità patetica di cui son provvisti gli accampamenti che assediano le roccaforti del dover essere, in cui i soldati migliori si svaccano liberi dopo aver fatto la ronda a difesa della città ideale. pensiero e scorie di esso. ontologia e consequenziale prezzo in alcol.
panem et circenses, questa notte.
in fondo la battaglia più dura, in questi tempi di trincee virtuali, la si combatte per parcheggiare.
non l’auto, bensì il cervello.
io, per me, non ho che da offrire multe per divieto di sosta.
e, cascasse il mondo, scendessero i cristi d’ogni fatta da quei crocioni immondi, ne vado piuttosto orgogliosa.