ho cominciato dalle unghie. dalle unghie dei piedi. ho sempre detestato i miei piedi, in molti m’hanno detto che non ne avevo motivo, ma. le unghie poi, manco a parlarene. eppure ho cominciato da loro, intaglio rosa su una pelle straordinariamente abbronzata, da loro mentre s’incuenavano nella poca sabbia di roccia bianca che riveste le spiagge dure di lampedusa. cominciato a fare cosa? a far pace con me stessa, per quanto esistano, plausibili, un concetto di pace e soprattutto di se stessi. non è stato un viatico di croci, nemmeno una lotta d’artigli, benché tutto in me deponga a favore d’un titanico tuffo in un bicchiere d’acqua. è stato banale. ho smesso di incedere in mulinelli, di annaspare in vortici, di sollevare nembi e lombi (e qui i lombi son metaforici, ché quelli in carne speriamo non abbiano mai da lamentarsi di un’eccessiva stasi). come stirare una camicia mentre alla radio dicono che federico s’ammazza se loretta non lo bacia con la lingua e parte in sottofondo uno di quei pezzacci tutti rammollenti. è stato banale, come scendere dall’auto e insultare il primo che viene a tiro perché oggi è una brutta giornata e in bocca ho coltelli mica lingua da leccaculo. è stato così. e basta. è fin troppo chiaro che non durerà, che s’assieperanno ancora in mille file tutti i miei soldatini inquieti. intanto scrivo un post come s’addice a chi ha un blog per necessità psichiatrica, senza indulgere in mille participi presenti. mi pare bello. noioso, ma bello.

in un pugno, o palmo (ai docili d’animo la seconda s’addice, i palmi son sempre forieri di fanatiche profezie d’amore): un lancio di cinque dadi: tre tiri a disposizione: il primo è un numero di telefono che non farò mai; il secondo sei tu, ma sei un pocker di sei e io son pessimista, troppo culo mi rende nervosa; il terzo è la combinazione fulminante dei sentieri settembrini che corrono a mare e non tradiscono i segreti degli assassini e degli amanti.

benché infiniti siano i numeri e i loro cifrari, non tutto si può misurare. per fugare puerili sortite di mistero, tuttavia tra le scapole ho inciso che:

È ridicolo credere
che gli uomini di domani
possano essere uomini,
ridicolo pensare
che la scimmia sperasse
di camminare un giorno
su due zampe

é ridicolo
ipotecare il tempo
e lo é altrettanto
immaginare un tempo
suddiviso in piú tempi

e piú che mai
supporre che qualcosa
esista
fuori dall’esistibile,
il solo che si guarda
dall’esistere.

[Eugenio Montale]