non ti distrarre, pensa agli orizzonti esotici, alle isole ventose, non a quella faccenda del dramma gnoseologico: solaris. varrebbe la pena di rimetterci una mano per vedersi immortalati come autori d’un dramma gnoseologico. e gli altri a schiattare, ad amazzarsi di seghe per comporre in arbitrio poetico la lista della spesa. cristodundio. non ti distrarre: lascia perdere i giorni sgarrupati, i mari neri che t’ondeggiano nello stomaco vuoto e cruenti, la panchina su cui profetizzavi tutti gli universi che t’andava di serrarti addosso. tra le gambe. sempre un’onda lenta tra le cosce e tra le tempie l’implausibile, restituito in dogmi tascabili. vademecum per gli amanti e gli assassini.
hai una lunga mail, anzi due, a cui rispondere, ma diresti: mi ricordo ancora di gianni e pinotto, storpiati in lingue da comica di terza categoria, che fanno sganasciare dal ridere; ricordo una bolla di stupefacenza in cui veleggiava un lavastradeaspirabicchierivuoti. diresti che eri stanca, ma a tuo agio e che le distanze le annulleresti d’un balzo se fossi un frame di fantascienza. ma.
non ti distrarre: pensa alle isole da cui emergono vergini e primavere e non alle spiagge nere che ti si son tatuate sotto le unghie in uno dei pomeriggi più belli della tua vita. com’era? o cazzo, com’era stare là a guardare l’oceano e null’altro? fumavi, sì che fumavi e ti pareva che il mondo fosse una risacca d’estasi lì per te. o mondoinfame te lo rammenti?
non ti distrarre, non chiederti come ti sboccia in petto un singhiozzo di desiderio sfrontato appena ti sfiora quei due seni magri che hai, ché ancora ti chiedi come ci riesca a farti sputare sangue in quel modo tutto suo di farti dolere lo stomaco, di farti gemere d’una paura mozzafiato, giusto prima di fotterti.
non cedere, concentrati sul sole, sul mare che ancora devi vedere. ascolta come si sfiniscono le garrule cicale, lascia stare l’andirivieni delle onde che s’infransero vite e vite fa. ché son pane per i furbi e gli eroi i ricordi: roba di lusso, merce che scotta. al massimo a te tocca il ruolo del ricettatore coglione che muore al terzo ciack.
a margine: c’hai pensato tutta una notte al rumore molesto delle cicale, poi sei inciampata in ungaretti, hai piluccato controvoglia un poco di righe (t’è sempre stato sui coglioni ungaretti, è ora di dirlo, ché a te piacciono quelli che la verità la sussurrano, la bisbigliano eversivi mentre si tagliano le unghie e non te la sbattono sul grugno in proclami), giusto un paio di versi, tanto per vedere com’è che s’accoppiano il nero d’avola e la tarsia perfetta dei furbacchioni. e lì, sul limitare d’una leggera sbornia hai trovato, nero su bianco (sia chiaro): il limio delle cicale. così. senza avvertenza alcuna: il limio delle cicale.
e vaffanculo.
un grazie speciale:
a Pessoa che m’ha folgorato in una biblioteca parigina: sua, ovviamente, è la frase perfetta del titolo;
a P. che ai bordi d’un template di mesi fa aveva attaccato questa verità: non ci sono avvertenze;
a G. che m’ha chiesto di dividere con lei una manciata di giorni e mari e soli che devono ancora venire;
alla mia anarchica playlist che cabra inconsapevole da beethoven a capossela, dagli who a mina, senza ovviamente passare dal via.