e Torino. allagata d’una pioggia senza margini e d’un silenzio laterale. sfrondano gli occhi i pochi alberi, le pertiche rosse, le ruote rosse, le sagome policrome delle olimpiadi. intinte nel grigio. nella pioggia. perfortuna: non ne segnalerei ai miei polpastrelli striati la presenza se fosse il sole a definirle. buttate lì tra il cielo e la pioggia, l’erba lavata e le auto, cantano una litania delicata.
visi, poi, in sequenza, con quell’accento furbo, con il ricordo d’una fabbrica d’automobili che pareva cavalcare il pianeta e s’è ridotta all’amaro marciapiede. visi, alla fine. al valentino. nella pioggia, immensa e bellissima, che picchia sui vetri della stanza che ci raccoglie e ci dice del lesto mercato, del divertente mercato, dell’imperdonabile peccato di trovar sommamente conturbante declinare in soldi il nostro potere.
e un paio d’occhi che mi s’infilano addosso, gratuito sfoggio d’ardore maschile. come se m’impressionasse. come se non sapessi.
e altri mi s’affiancano, mentre andrea trema appena posando il microfono, alzando gli scudi che scolpiranno la testuggine finale della sua micidiale cassa cranica, della sua entusiasmante cometa di prepotenza: languido, impertinente segno di vena che pulsa. amo in andrea ciò che odio in mille altri. e del lato oscuro, radiante, complanare di quel tremito di dita mi commuovo in bellezza acquatica, ad ampie bracciate di mare.
si confondono le voci, e l’alcol denuda, verso sera.
[verso sera: il segno guasto e poetico del mondo]
e si mescolano d’improvviso gli accenti diversi, s’accende tra i bicchieri una smania di volti, di stoccate d’iride e sopracciglia: rondò vecchio come la pioggia, defenestrante come le sigarette e i visi che s’inseguono.
e appena venticinque anni in accento francese s’accendono di risate, spronando alla riva del Po’, invitando ai murazzi.
si sfilaccia l’uniforme del manager, scosso da una milano che racconta in bar di starlette e calciatori, mentre L, timida, s’accascia di vino e si fa loquace e non s’avvede delle trame d’ormoni e di passatempi vecchi, e di modelli lisi: maggiordomi alle soglie della coscienza sociale; non s’avvede L. ma ride: e sembra bella.
oltre: un ventre gonfio d’acqua: il mio fiume vicino, in questa Torino, al ricordo delle proprie sorgenti; lontano ancora dalle foci che cavalcano lente la mia terra.
eccolo lì, sdraiato tra ponti, il Po’, a lambire gli asfalti su cui s’accampano i bar, sui cui ciondolano uomini e donne, sigarette e bicchieri.
eccolo lì, lento e nero, invincibile, il fiume. un richiamo di luci incastra nel suo letto di morte. me ne rende un riflesso: nel suo letto di partoriente.
O. mi siede accanto: mi sospinge con delicatezza di sguardo verso un bordo senza folla che è misura romantica (di canzone) e di rose. dice: non per tutti, e m’invita a cedere d’occhi nella direzione in cui punta i suoi.
e si sbaglia, ma i suoi venticinque anni lo assolvono: ché è per tutti.
m’esorta senza fanfare ad albe che son cieche per me. declino l’invito a dividere ciò che resta della notte, a consumarne l’ultimo tratto in un letto che non conosco.
l’ultimo sorso di birra è palpebra che si chiude. s’è arrestata la pioggia.
come un fiore alle labbra, l’ultima sigaretta.
alle mie spalle rughe d’acqua s’inseguono: crepitano un fievole richiamo di leggerezza.