September 2006


e Torino. allagata d’una pioggia senza margini e d’un silenzio laterale. sfrondano gli occhi i pochi alberi, le pertiche rosse, le ruote rosse, le sagome policrome delle olimpiadi. intinte nel grigio. nella pioggia. perfortuna: non ne segnalerei ai miei polpastrelli striati la presenza se fosse il sole a definirle. buttate lì tra il cielo e la pioggia, l’erba lavata e le auto, cantano una litania delicata.
visi, poi, in sequenza, con quell’accento furbo, con il ricordo d’una fabbrica d’automobili che pareva cavalcare il pianeta e s’è ridotta all’amaro marciapiede. visi, alla fine. al valentino. nella pioggia, immensa e bellissima, che picchia sui vetri della stanza che ci raccoglie e ci dice del lesto mercato, del divertente mercato, dell’imperdonabile peccato di trovar sommamente conturbante declinare in soldi il nostro potere.
e un paio d’occhi che mi s’infilano addosso, gratuito sfoggio d’ardore maschile. come se m’impressionasse. come se non sapessi.
e altri mi s’affiancano, mentre andrea trema appena posando il microfono, alzando gli scudi che scolpiranno la testuggine finale della sua micidiale cassa cranica, della sua entusiasmante cometa di prepotenza: languido, impertinente segno di vena che pulsa. amo in andrea ciò che odio in mille altri. e del lato oscuro, radiante, complanare di quel tremito di dita mi commuovo in bellezza acquatica, ad ampie bracciate di mare.
si confondono le voci, e l’alcol denuda, verso sera.
[verso sera: il segno guasto e poetico del mondo]
e si mescolano d’improvviso gli accenti diversi, s’accende tra i bicchieri una smania di volti, di stoccate d’iride e sopracciglia: rondò vecchio come la pioggia, defenestrante come le sigarette e i visi che s’inseguono.
e appena venticinque anni in accento francese s’accendono di risate, spronando alla riva del Po’, invitando ai murazzi.
si sfilaccia l’uniforme del manager, scosso da una milano che racconta in bar di starlette e calciatori, mentre L, timida, s’accascia di vino e si fa loquace e non s’avvede delle trame d’ormoni e di passatempi vecchi, e di modelli lisi: maggiordomi alle soglie della coscienza sociale; non s’avvede L. ma ride: e sembra bella.

oltre: un ventre gonfio d’acqua: il mio fiume vicino, in questa Torino, al ricordo delle proprie sorgenti; lontano ancora dalle foci che cavalcano lente la mia terra.
eccolo lì, sdraiato tra ponti, il Po’, a lambire gli asfalti su cui s’accampano i bar, sui cui ciondolano uomini e donne, sigarette e bicchieri.
eccolo lì, lento e nero, invincibile, il fiume. un richiamo di luci incastra nel suo letto di morte. me ne rende un riflesso: nel suo letto di partoriente.

O. mi siede accanto: mi sospinge con delicatezza di sguardo verso un bordo senza folla che è misura romantica (di canzone) e di rose. dice: non per tutti, e m’invita a cedere d’occhi nella direzione in cui punta i suoi.
e si sbaglia, ma i suoi venticinque anni lo assolvono: ché è per tutti.
m’esorta senza fanfare ad albe che son cieche per me. declino l’invito a dividere ciò che resta della notte, a consumarne l’ultimo tratto in un letto che non conosco.

l’ultimo sorso di birra è palpebra che si chiude. s’è arrestata la pioggia.
come un fiore alle labbra, l’ultima sigaretta.

alle mie spalle rughe d’acqua s’inseguono: crepitano un fievole richiamo di leggerezza.



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cominciamo con la musica, e con il mare.
e con Pessoa.
altro non serve.
eppure si svaccarono in luce mille istanti, eppure macerarono in asfalto mille passi, eppure.
la via Appia assolata e di vetro, smossa tra aghi di pino e macchine fotografiche. eppure deserta, veramente abbandonata.
mi ci scatti lì dentro, di spalle, con tra le ginocchia o appoggiato sopra, o calcificato dentro, un libro. l’ennesimo libro.
inventari vari di allucinata coerenza, cosa accadde dopo? cosa?
baci su un trampolino olimpionico, monumento ai caduti della prima guerra. ma sì, hai ragione sembra un trampolino da sci, di quelli che son catapulte nel mondo. catapulte di morti, ‘sta volta. e noi lì, spararti con propulsione tutta emiliana, su un colle. e noi lì ci mettiam la lingua in bocca. e ci rendimo conto che nei cessi delle scuole invece di teresa succhia i cazzi adesso s’impallano versi di baudelaire. tu non ci penseresti mai al fatto che baudelaire sostituisca la pompinara teresa. invece.
invece:
mi accoltelli solo due settimane dopo. di mattina presto.
con convinzione evangelica. questo è atto superlativo.

prima:
lance di azzurro e canneti, paludi opache, splendido asfalto d’acqua disseminato di verde. galleggio. voglio un figlio. non rido nemmeno. buon segno.
segni di corda, arrossamenti.
hai un modo tutto tuo di forzare le mie cosce. timoni le mie ginocchia.
c’è un agriturismo nella val d’adige, sta immobile sul fiume. lo circondano l’autostrada e i vigneti. c’è lì sul sentiero un ragazzotto. io cammino con poche parole e un nodo di fame nel grembo. mi guarda. chiede se sono tedesca. e poi dice: l’acqua, qui, che scorre al fiume, dai tralci di vite al fiume, dall’autostrada al fiume, dalla roccia macchiata di clorofilla al fiume, da dove respiri al fiume, puzza di pesce marcio.

eppure.

arrivi con un mazzo di rose.

non v’è nulla che mi salvi, nulla.
ancora: giorni dopo Marta mi abbraccia in una piazza che è un anello, un anello della mia città.
ancora: I. si chiede e si divide in risposte. e ci portiamo appeso al collo un divieto di sosta.
A. gioca al demiurgo.
D. snocciola e distilla senza sapere certi istanti smaltati, che mi fanno venire in mente le luci dei lampioni di Salinger. benché accada in una stanza, benché tutto muova dall’inesatta posizione della sue dita sulla tastiera di un pianoforte.

enea dice a didone: mi costringi a ripensare a cose che non mi garbano assai.
e didone non sa in che guai del cazzo sta per ficcarsi.



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