come non ti s’avvicina che per ironico deragliamento questa mia vita.
(a margine annoto qualche triste e isolato compianto per il grossolano teatrino di questo paese alle urne. straccio i pochi fogli. liquido il malessere con un rimpianto)
sul tavolino una pila consistente di giornali.
una sigaretta e poco vino.
il miracolo delle tue mani.
la cartolina di una vita.
la banale stesura:
affrancatura a carico del mittente.
infandum regina iubes renovare dolorem.
circa un anno fa scrivevo:
in procinto di traslocare in html differente, organizzando link e guardaroba, cianfrusaglie e tostapane. in architettura privata sciogliere un abbandono è gesto delicato, in progetto sociale molto meno: assume il disfacimento, l’esfoliazione, stato di compassionevole ripugnanza. il parrucchiere ti dice: non puoi lasciare incolti i tuoi capelli, l’amante ti supplica più morbida, più turgida, la madre ti piange sola in notte battente, l’amica ti chiama in ansia per la tua fremente psiche librante. in inglese scrivi a Monaco e racconti di circo in allestimento cocente, ti rispondono elencando auspici d’animali domati e di acrobati senza rete dondolanti. have fun ale, anzi molto fun. circondi un pensiero d’assedio e vibri scioccata, ché la solitudine è peccato che non voglion perdonarti: e nemmeno la tua nuda tristezza ti lasciano espiare, non è addomesticabile il broncio dei tuoi fianchi, l’angolo amaro della tua bocca ferita, lo spigolo sbrecciato del tuo io prepotente: cattiva, ti preferiamo cattiva. l’esilio è merce che si paga cara quando non è ipermercato e paccotiglia in tre per due, quando non è famigerata scena luttuosa a cavalcioni già d’un altro sesso turgido, eiaculante referenza sociale non fraintendibile.
a palmi nudi piuttosto: zoppichi esuberante, tra chi credendo di correre, sgamba come i criceti: quando la notte chiama.
ora digito:
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