April 2006


come non ti s’avvicina che per ironico deragliamento questa mia vita.

(a margine annoto qualche triste e isolato compianto per il grossolano teatrino di questo paese alle urne. straccio i pochi fogli. liquido il malessere con un rimpianto)

sul tavolino una pila consistente di giornali.

una sigaretta e poco vino.
il miracolo delle tue mani.
la cartolina di una vita.
la banale stesura:
affrancatura a carico del mittente.

infandum regina iubes renovare dolorem.

circa un anno fa scrivevo:
in procinto di traslocare in html differente, organizzando link e guardaroba, cianfrusaglie e tostapane. in architettura privata sciogliere un abbandono è gesto delicato, in progetto sociale molto meno: assume il disfacimento, l’esfoliazione, stato di compassionevole ripugnanza. il parrucchiere ti dice: non puoi lasciare incolti i tuoi capelli, l’amante ti supplica più morbida, più turgida, la madre ti piange sola in notte battente, l’amica ti chiama in ansia per la tua fremente psiche librante. in inglese scrivi a Monaco e racconti di circo in allestimento cocente, ti rispondono elencando auspici d’animali domati e di acrobati senza rete dondolanti. have fun ale, anzi molto fun. circondi un pensiero d’assedio e vibri scioccata, ché la solitudine è peccato che non voglion perdonarti: e nemmeno la tua nuda tristezza ti lasciano espiare, non è addomesticabile il broncio dei tuoi fianchi, l’angolo amaro della tua bocca ferita, lo spigolo sbrecciato del tuo io prepotente: cattiva, ti preferiamo cattiva. l’esilio è merce che si paga cara quando non è ipermercato e paccotiglia in tre per due, quando non è famigerata scena luttuosa a cavalcioni già d’un altro sesso turgido, eiaculante referenza sociale non fraintendibile.
a palmi nudi piuttosto: zoppichi esuberante, tra chi credendo di correre, sgamba come i criceti: quando la notte chiama.

ora digito:

...



[3] Comments 

potrebbe iniziare con un fire wall. uno sbarramento retorico. oppure con O. che non capisce un cazzo e dice, rifilando di scarso intelletto il taglio misterioso di certi idiomi nigeriani e turchi, “credo che ho finito”. credi una marea di cazzate mia tenera faccetta di porco all’ingrasso. e sfogo un’instabilità snob, sollevando toni e sottolineando poco sottovoce che almeno un congiuntivo mi garberebbe di tanto in tanto udirlo.
ma: ho sempre le stesse meningi fracassate e mi fa schifo la mia retorica da casino: se almeno fossi una brava puttana, ché sul fatto che io sia troia non vi son dubbi. ma la faccenda non s’esaurisce nella mirabile sciccheria con cui ci si fa scivolare saliva e sperma lungo il mento. no.
così: mi rimpinzo di orizzonti magri e mieto grano amaro. pane secco.
no, s’alzeranno domani i mietitori veri, quelli che con falce prodiga piegheranno spighe rigurgitanti speranze, e diranno ancora come è grande e bello il mondo, come io sia forte, in gamba, lecitamente ammirabile. padrona di me. (e diranno bestemmie: profaneranno le tombe più fiorite, reclameranno amore e divnità truci, ma magnifiche, e si prostreranno di fronte al mio vagito primordiale, folgoreranno di santità il mio intuito rozzo.)
con 50 euro ti do bocca e culo. la figa non va più di moda.
vi ho odiati tutti almeno una volta.



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