perché sei il fischio che vado modulando mentre mi muovo goffa e impenitente tra le albe che dicon esser l’inizio dei giorni, ma che io ho sempre sentito come le catene ultime della notte che giace. quante ne attraversammo di ore afose e infrangibili? inifinite variazioni di paesaggio, di collina, di emilie, di portici, di ossa frantumate da canini rabbuiati, di spalancati orizzonti di salsedine. infinite possibilità d’un unico fraseggio: il nostro povero amore avvilito e onorato dalla fame dei nostri altari finiti, dei nostri desideri, dei nostri interrogativi, dei nostri corpi, della nostra lieta sventura.
[per Esse: come una promessa]
January 2006
dove, se si screpola la terra e l’oasi verdastra dell’acqua è racchiusa tra cime secche, tra arbusti sfilacciati e residuanti; dove, se si son arruffati i giorni sul lunario appeso, e soffiano bufere rapaci di tempi che corrono verso abissi muti; dove, se sempre senza bussola, navighi opacità di senso, risme d’emozioni, fingendo trincee di pochi legni, di collassanti dighe; dove, se sono ponteggi traballanti le tue stremate parole.
eppure ti battono agli incisivi morsi e morsi. e, altrove, pensieri, e felci e rose in mazzi e anfore d’olio, e agro aceto e navi e spiagge e film di pomeriggio: tuo padre appena ragazzo, questa città sventrata. e le finestre opache dell’aula del ginnasio, ché il cortile su cui s’affacciavano era percorso da insensata clausura: premio e colpa di dio, e le ore fresche d’un catechismo mai oltrepassante, trito su un libro di padrenostro e salveoregina e togliti d’in mezzo agli inguini un peso in simboli illogici e costruisciti un diritto a chiamarla figa e a trascurarla bellamente. e le piogge senza vento e qualche sasso colorato tra le frange d’una gonna, tra le spume gelide di quel po’ di grecia che non amasti, e i cieli senza fine delle canzoni d’amore e i palchi e i loggioni chiusi in cui s’è infilato troppo presto e troppo poco il vecchio Mozart.
e mille diari che van radunandosi e lettere che van ridestandosi. e campi di girasoli, a giugno, quando scalza risalivi verso recanati e ti scottavano le spalle e le gambe ed eri d’una bruttezza fresca, golosa, deliziante.
e non sei mai stata niente, e te ne sei sempre vantata. e ti legavi i capelli che parevi cretina e predicavi esatta, ma ignara (tutte le volte che la freccia colpì il centro del bersaglio fu un caso): aoristi presenti, formidabile cagna di corpi e di carta.
dove, se non qui? ti chiesero. e tu, impavida e stupida: ovunque. e t’accontentarono. e ti fregarono.
perché ci voglion rimettere i soliti cenci di moglie e figlia e sorella tutta mammelle, perché ci credono incapaci di gestire il nostro corpo e, cosa ben più grave, il nostro cervello. perché ci interessa essere autodeterminate, perché ci interessa essere.
per queste e mille altre ragioni, bisogna uscire dal silenzio.
per esempio a Milano. sabato 14 gennaio.
per un pomeriggio il supermercato può aspettare, e pure il lavaggio settimanale dell’auto.

[per te, forse appropriandomene, forse fraintendendo, forse sbagliando. comunque: come un omaggio]
sembra che sia iniziata una nuova partitura. la numero 2006.
io, intanto, continuo a non bermele certe sciroppate e velenose panzane sui miracoli e la felicità, capitalista o consacrata che sia.
pertanto:
a tutti gli apoti: buon anno!