November 2005


meriggiare pallido e assorto

picchia sul parabrezza sintomo di nubifragio. ai lati scorre un’ala di neve limacciosa. abbiamo in cuspide e tra le dita una promessa esile, di appartenenza proibita.
sfoglio thread infiniti e complicati. non mi aggiorno, ma sto senza peso e languore in un pronto soccorso. Andrea scivola tra vecchie lesbiche, fiore carnivoro e occhi troppo lesti.
a lei non sfugge il tono, e nemmeno il silenzio elettrico, io ti divoro in carne e lessico. afferro le mie caviglie, mi duole il domani e il bacino magro.
il campanile batte ore, alle finestre un mondo alluvionato, in testa un ritmo di sponda desolata.
poi una danza di mani e strade vuote, tornanti e vallate apostrofate dal respiro, dall’anelito, dal desiderio, dal cibo contaminato.
in un piazzale, vento avvelenato. catene a bordo e svincoli d’aorta, tango morboso e svolte accuminate.
parole di niente e viso scolorato.
i miei fianchi, i tuoi picchetti assedianti, il mio sorriso rassegnato, il tuo cuore vendicato.
avevo un’idea di me, e di gazze e di cielo strapazzato.
non ho più nulla, se non il mio corpo massacrato.

davati alla locanda, i vetri bevuti, le lattine just married, qualche mozzicone. tra le bottiglie scolate in cocci: il marciapiede è la muraglia: nessuna meraviglia. il sole recapitato all’altro emisfero, l’etichetta del mio nome dispersa in un tombino.
così, ieri e oggi.
e adesso.
io.



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mentre m’accovaccio superstite, ma risucchiata nelle folle eterogenee di una città di loggiati e risse d’intenti:
paolo: qui.
magnifico.



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un desiderio rimbalzante d’arrivar in bocca d’abisso, per vedere solo lì, in vertigine compiuta, la nullità dell’invocazione.
a perpendicolo, senza cime di sicurezza, rendersi conto che ancora una volta il limite è stato spostato, il target aggiornato.
troppo presto per aver sete di ristoro, troppo tardi per redigere testamenti. in realtà allo sbaraglio senza tecnica di sopravvivenza, senza bussola tra siepi, senza nord in cielo indicizzato con pertinenza di strumento.
stanchezza non esaudibile.
e forse in amore dedita, tra lenzuola redatta, sarei.
ma non ho più categorie di sentimento, solo carne che s’accende, solo mani che s’arrampicano.
se sapessi come, t’amerei. perché ti amo, benché in occlusione di volontà.
ma sono forme e modelli, abiti che indossai prima. prima di sapere che forme e modelli non bastano.
e il mio amore non ha indici, non ha parametri. è bestia triste e sola e amatissima. fortunata carcassa che tu ricopri di baci e sangue, e di cui nutri, con coraggio e fierezza, il putrido cuore ingrato.
e io allora ti chiedo: tu sai? e tu, docile tra le fosse del tuo sguardo. e tu, inarrestabile tra i tamburi della tua milizia. e tu: sì. io lo so



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senza avvenenze inutili e senza sbandieratori procaci, vagisce forte e chiaro Unità di Crisi.
in apnea. tra spigoli duri, in giorni che s’involano, ma con in bocca e tra i pensieri una gran voglia di non restare in silenzio. con generosità e tempi difficili sotto le unghie, con dedizione, e con fiducia si sono trovati qui Babsi Jones, Cadavrexquis, Confusion is next, Esther G., Honest, Ivan Roquentin, Lello Voce , Maciej Toporowicz, Mirumir, Strelnik, Tsunami Notes, Wang Mu e Infandum (che sarei io, ma questa terza persona plurale mi commuove).
c’hanno speso (e ancora spenderanno) notti e vino e sigarette e occhi. si sono raggrumati senza bandi, semplicemente pensando che fosse possibile.
Unità di Crisi è un weblog collettivo, è un crocevia di sguardi e parole e idee. è una creatura mutante a più teste. e non piacerebbe per niente né a Fassino, né a La Russa. cosa racconta, di che s’alimenta e con chi non scende a patti lo dichiara senza remore. è un inizio. un bellissimo inizio e i primi passi son tutti qui.

io, per me, son felice d’esserci. ai miei compagni (e altri m’auguro se ne aggiungeranno) la mia stima e il mio rispetto. incondizionati.



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al primo sparo scivoli oltre il tepore del tuo sonno e non ricordi come l’acqua t’abbia di nuovo allagato palpebre e finestre. ti trascini al bagno e stai sul cesso immobile, ché pisciare par grazia di dio.
al secondo sparo ingrani una marcia e festeggi un mancato tamponamento con il trattore del tuo vicino, abbassi il finestrino, sputi una caramella di catarro e ti rendi conto che sei uscita senza farti la barba.
al terzo sparo non condoni nessuna inefficienza di Zeta, ma benedici le tue, ché senz’altro hai ottimi motivi per divenire uno scarafaggio da scrivania, e trasudare poltiglia schifida dalle narici.
al quarto sparo pugnali la tastiera di vaccate triviali e credi d’esser stronza. ti meriteresti un distintivo (pensi), ma poi una faccia di nerchia asfittica con troppo rossetto, ti cola addosso che sei gentile tanto. allarghi le gambe, ma non c’è carne che t’attrae a portata di mano e ti devi arrendere all’idea poco edibile che il cazzo (o eventuali succedanei) ti interessa come un manuale di algebra. e tu i libri di matematica mai li hai comprati. figuriamoci leggerli.
al quinto sparo ti crei un nuovo account in flickr, pigli la digitale e ti fotografi le emorroidi paonazze che ti coronano quello che sarebbe anche un gran bel buco di culo. la foto vien ‘na meraviglia e la “posti” con il titolo: sorridi dentro. e dimostri di essere geniale come un castoro con la fobia dell’acqua.
al sesto sparo te ne vai senza salutare, in cortile t’incrocia uno spirito dei campi e ti conferma che non t’avrebbero arsa viva manco quattro secoli fa. per la tua autostima è un colpo durissimo.

i proiettili son finiti, pensi, e tu sei ancora viva.
o almeno così sembra.



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è il morso che non so tenere tra i denti, il mio migliore amico.
è l’odore dei gelsomini di giugno, il mio secondo padre.
è l’insonnia frenetica dei giorni vivi, la mia seconda madre.
è la frustrazione incivile, la mia unica sorella.
è la rapina a mano armata nei supermercati incendiari dell’esempio pretestuoso, la mia unica fede.
è la schiatta villipesa dalla falcidia vergognosa della merce, la mia gente.
è il libro dimenticato che s’accovaccia tra le mie parole, il mio ristoro.

e qui, immobile, ho la stessa utilità delle orchidee mummificate nella trasparente galera dei fiorai.
perché mi scava una goccia di denso terrore sempre: avere paura e non averne abbastanza.
perché è ora di uscire di qui.
anche senza sapere dove andare.



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con lentezza.
con dedizione.
smemorati e affettuosi.
domani.
mi chiedo se rivedremo gli stessi frangenti, le stesse dune assolate, gli stessi guadi limacciosi.
io, per me, mi ricordo.
e di questo, col tempo, saprai perdonarmi.

in coagulo di sfilacciati pensieri, senza rimpianti. chiudendo un inizio, immaginando una continuazione.



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in diciotto minuti quante parole si conficcano? quanti sperduti balconi s’implorano? quante ragioni si confondono? quante notti si moltiplicano? e affanculo i digiuni e i pavidi, e le marionette senza fili e gli austeri che confondono la morale con il gesso per le fratture, per i femori esposti.
in trentacinque vagiti quante aspettative andranno deluse? quanti palcoscenici andranno arsi? quante parole non avranno ascolto? e affanculo il metodo e l’equazione salvifica. e morissi adesso avrei solo sandali e poche nacchere, qualche vigoroso ricordo e nessuna malizia.
datemi pelle, carne e vino da sfinirmi di calci e ubriacature.
in trecento giorni quante guerre avrò perso? quanti visi avrò annusato? quanto sudore avrò dilavato di salive e riverberi? quante città saranno demolite in me?
s’infila nelle foschie il resto di un sorriso, di un appiglio di miseria amorevole. la caritatevole illusione d’aver forza diversa da quella della zanna scalfita.

in diciotto minuti quante parole si conficcano? quante maree d’istinti si ritirano? quanti giorni rimangono?
i saldi negativi son baricentro tutto personale di arrangiamento su tema altrui della scomposta indipendenza che m’han detto esser la mia vita.

non risponderò al mio nome. ho sciolto capelli e erinni.

in diciotto minuti quante lame e rampicanti in glicine tardivo avrò a disposizione per non dormire?



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se vomito adesso son capelli e orme, son serpenti e anelli.
e poi mi son stufata, mi son proprio rotta i coglioni. non ho niente in gola, tranne una sete smisurata di nuove coordiante, di invalicate assurdità.



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Il nuovo potere consumistico e permissivo si è valso proprio delle nostre conquiste mentali di laici, di illuministi, di razionalisti, per costruire la propria impalcatura di falso laicismo, di falso illuminismo, di falsa razionalità. Si è valso delle nostre sconsacrazioni per liberarsi di un passato che, con tutte le sue atroci e idiote consacrazioni, non gli serviva più.
In compenso però tale nuovo potere ha portato al limite massimo la sua unica possibile sacralità: la sacralità del consumo come rito, e, naturalmente, della merce come feticcio. Nulla più osta a tutto questo. Il nuovo potere non ha più nessun interesse, o necessità, a mascherare con Religioni, Ideali e cose del genere, ciò che Marx aveva smascherato.

Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Milano, 1975.

questa è la mia vociaccia. le parole son quelle braci di verità lì sopra. di leggerle m’è venuta ispirazione grazie al suggerimento di Arsenio che ha avuto questa grande idea qui.



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