September 2005


in tangenziale affollata: scie ripartite di luci rosse e intense; ai bordi di piazzale derelitto; tra baracche e murature avvilite: in soffio di metano e cisterne e periferia; sotto lampioni in palla sbiancata che adombrano incolti d’aratro confinanti in strisce e bordure arcigne; su gradini derubricanti tensioni e allarmi: espellere scisma, avverare limite, sfinire; lungo via Stalingrado dipanata su viali opposti, ancora case ortograficamente ridicole di come e quando il parco nord era terra aperta;
[improvvisamente e senza stupore:]
vedere che.
inarcare anche.
dolere con pigrizia.
arrendersi a.
sfiorare dove.
sillabare quando.
sfuggire passanti di luce.
avocare a sé
intuire che.



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inventati qualcosa, ale. t’han detto che era un buon modo per esser vivi, per esser, in sortilegio scalzo, non troppo vulnerabile. inventati qualcosa di comprensibile, però. non da sfogliare in ipotesi, ma afferrabile direttamente. a mani nude. con fango e saliva.
prima che sia troppo tardi: muovi i tuoi scampoli pallidi d’unghia. fossi capace d’aver rancore, non avresti memoria, non sfideresti le chiavi ruffiane della nostalgia. quale viso si intarsia per chi t’offre perdono? lo stesso che avvolgesti d’efferata risata per chi, pensando fosse lieto il bivacco, t’ha preso i seni tra le mani e s’è visto ghignare in faccia una noncuranza assassina. ti perdoneranno tutto, ale, eccetto questo: se ti dicon puttana, ringrazi con orchidee e inchino. e questo: non hai nessuna categoria eticamente attiva che si sorregga sui termini: peccato e colpa. la maschera di maddalena fu una delle prime che tentasti di sfilare.



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guardo i pochi libri sui miei scaffali, da quello di fronte mi stordisce l’orizzonte ritimco e liquido di Kerouac, dallo studio sibila mefitico Cioran, dalla cucina mi ricatta Maggiani, dal comodino mi insegue Edith Wharton, dal mobile vicino al divano impreca armonico Thomas, dal garage mi insultano i miei primi libri di lettura. il Coro è gestito da un Handke sibillino; lo spalleggiano: Tondelli, Miller, Mann, Salinger, Soriano e Forster. Mutis è offeso, Claudel è in estasi, Pasolini non chiude un occhio da ventanni. di me si burla Calvino che sognai su un Rialto poco nipponico e poco lagunare. Gide può fottersi.
che cosa mi dite se vi cospargo ben bene di grappa e vi ardo? ah ridete? chi sono io e come oso, chiedete? sono il pezzo di terra che irresponsabili e possessivi avete invaso e lottizzato a vostro insindacabile desiderio, sono la pozzanghera che mai avete lasciato increspare in argilla scura. sono il deposito sterile delle vostre frustrazioni, dei vostri cortei funebri. sono la vostra memoria infelice. io vi maledico. io vi rinnego uno ad uno. vi chiamo per nome e vi mando a farvi fottere uno ad uno. a voi la grandezza irresponsabile, a me il patibolo mordace. e una bottiglia di nero d’avola. il conto lo salda Proust, passa più tardi con Shakespeare per vedere l’effetto che fa.



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tre mesi. tempo incalcolabile. ma netto, preciso. tra tre mesi, circa novanta giorni, isserò il mio povero straccio di vela e chiuderò. con te e con molto altro. dilaniammo, come avvoltoi senza becco, tutto un frasario già pronto: pensavamo fosse nostro. [crediamo sempre sia e sarà nostra l’antologia profetica che ci mettiamo tra le labbra] noi l’assumemmo come verità e azzardammo bestemmie circensi: osammo il sempre e osammo il mai più. fummo belli. fummo stupidi.
[tra i pearl jam e i nirvana gli alice in chains. lì in mezzo. come il desiderio, mi suggerirono, tra il corpo e la cultura]
sento la mia voce spegnersi, e in ombra ti organizzo battute di caccia. in sogno ti predo. anagramma di giorni scheggiati.
in ultimo ti dirò solo silenzio, rulli di stampante e fax monocorde che sfilacciano dieci anni. il crogiuolo del mondo ai cancelli. un boato di variabili a corteo ingovernabile, ma in parata, seppur asimmetrica.
io optai per le foci, i delta stanchi, le evoluzioni fangose. non credo tu me l’abbia mai perdonato.



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precaria, come sempre, in nuovo assetto, parziale. una specie di secondo atto. tutto da definire. verranno accuratezze formali. forse.
intanto un debito con Ivan che mi ha ricordato in notti passate che avevo pur deciso di traslocare; con Davide che si è lasciato scivolare addosso richieste e verifiche e quesiti e bestemmie; con Gloria che sta ancora progettando header e tag; con Andrea che ha reso possibile che le pagine di Medea guadassero salve la rete.
il resto come sempre accadrà.



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[ma le tue mani in fusione sulla polpa sintetica di un cuscino rosso]

se si avvista angolo di quiete, farvi sosta per ventiquattro ore. respingere le tentazioni dinamitarde, escludere il contatto con l’esterno. permanere in soluzione stabile.
chiudere i file in uso, disattivare gli allarmi, richiamare gli uomini in coperta, ridurre le vedette a passeri indolenziti.

se si avvista spazio imperturbato, rimanere immobili, riversarsi in rilassati arti, in placide foci, in ombreggiate calle.
no, niente scapicollanti messi di emozioni o rasoi d’ala in perpendicolo. rollio d’inerzia, invece.

questo penso mentre dormi. ché questo è talora dormire.

(cinque fotografie che ho scattato)



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e poi ti assale, un poco vigliacco, un poco astuto; permeato di soli sfigurati e speziati. ti strazia con lentezza. asserragliante rewind. non contano più né Marx, né il capitale, né i cortei, né le fumose notti di rivoluzione nervosa. non valgono i ritorni all’alba, i vetri appannati di fiato plurimo e le nebbie filacciose. si azzerano le vigilie, i cristi da schiodare dalle croci, i libri scavati d’occhi e paura, i compagni di viaggio: e quelli che correvan meglio di te e t’han perso, e quelli che hai lasciato sfilare dietro a te. non hanno corpo le scritture che non hai mai saputo ammaestrare, né gli scartafacci che hai accumulato. non si scheggiano in azzurro né i mari in cui ti tuffasti, né i guadi tristi che accettasti di malavoglia: tu che ti saziasti di terrore di Po, e di secche erbose di Po. non significano le metropolitane di Parigi, e quelle di Barcellona e neanche quelle di Londra: magnifici, voraci vermi elettrici. quando ti assale non vive nulla oltre il tuo viso che va sfibrandosi; quando t’assale è l’odore del pane che cerchi, il gradino inchiavardato d’edera su cui ti issasti in monito generoso e, a pensarci ora, commovente, sentenziando nessuno mi fermerà. cerchi il capostazione che s’impiccava di tramonti nella piana del binario di Sermide. quando ti chiama è la canzone triste e allegra che cantava tua madre che ascolti, il vociare cruento dei giochi infantili, le liti delle rane intorno agli stagni, il latrare teso del tuo cane, il sibilo del pallone che volevi afferrare, ma che s’involava, bastardo, oltre le tue dita arrampicate in aria.
nulla di questo è perduto, è semplicemente passato: avevi smania di buttarti tutto dietro, d’ingiallire senza pause.
ma quando t’assale, cazzo, quando ti reclama, non c’è scampo. non c’è parola che consoli, non c’è rimpianto che si lasci maledire.



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track 1
avevamo litigato, io ero rabbiosa, livorosa, sporca, infame, un calcinaccio di bile, un sparo senza avvertimenti. tu subivi, imapvido, maldestro, astuto in avanzo d’età. davanti alla porta di casa ho ringhiato arida e callosa: scendi. io parcheggio e vado a bere. hai aperto la portiera della macchina. kako era con noi, l’avevamo portato con noi, allora volevi fosse sempre con noi. sei sceso dandomi le spalle. indossavi un maglione blu, spesso e un poco infeltrito. indossavi il mio soffio violento, ignobile, l’amore che credevo di un altro. tenevi kako tra le braccia, stretto. stretto. i capelli ti orlavano a mezza schiena un’onda triste di sorrisi. kako solo ad un tratto s’è voltato. tu no.
squame di secondi di cui non so darmi pace, nemmeno ora. mi perseguitano come i sogni che facevo, incauta, nel mio letto di bambina.

track2
dormivi già quando sono entrata nella stanza, la piccola lampada sul mio comodino era accesa. non credo fossero ancora le quattro, eppure albeggiava. dormivi coperto da un lenzuolo rosso con piccoli pesciolini neri tra le gualciture, guizzavano nei canali tiepidi che il tuo corpo pretendeva di tracciare ad ogni lieve movimento. un sudario di quieto acquario. mi sono distesa accanto a te e ti ho scoperto. supino, respiravi nel ventre, la bocca serrata, le mani un lucchetto sul petto. ho iniziato con calma a leccare il tuo sesso. a succhiarlo poi. avevo gli occhi aperti. la luce ti correva sul pube. ti si accorciava un poco il respiro, non un gemito. poco prima che io deglutissi hai solo sorriso.

[per A. con tenerezza]




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