August 2005


fingere di non vedere. e guardare. fingere d non capire. e sapere. fingere ogni parola. e tra palato e incisivi pesare ogni sillaba. circuito chiuso di libertà.
oppongo agli sfregi contingenti la possibile e contaminante forza della liberazione.
in parapetto di panorama e tegole rossastre e increspate di muschi stinti: decidere di.
e averne paura, e averne coraggio.



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[autoritratto in due battute #2]

verona silenziosa, deserta. frastuono cullante di adige allegro e ciarliero. strade accatastate, spigoli lucidi, svolte decise. camminiamo ridendo talora, in silenzio con gli occhi accesi talvolta. in una nube di risate chiedo:
un passerrotto no?
con tenace calma, come sempre; con spazi da ricablare, come sempre; con voce perfetta, come sempre;  Esse:
style: italic;”> poco oltre un orizzonte nero di monolitici e profumati cipressi, gorgheggia imperiosa una voce di soprano.
prima o poi bisogna tornare.

titti comunque è un canarino: democristiano peraltro. particolare agghiacciante e non trascurabile a ben pensarci.



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li ascolto parlare. li vedo parlare. inganno, orbitando intorno a loro, l’attesa. il bar, in cui ci siamo riparati tutti a casaccio quando è esploso il temporale, è piccolo, saturato d’aliti e d’odore di cipolla. sfoglio un catalogo di parrucche, fingo di interessarmi a un caschetto di blu sottile. lui le dice che ha una voce impensabile. così le dice: impensabile. lei ride e si mette a cantare in un sussurro. giurerei che è un pezzo delgi abba. assurdo. una lama di sole improvviso taglia il bovindo del locale. nonostante piova anocra esco. un rombo grumoso immobilizza l’aria, risucchia gli altri rumori. annaspo astiosa verso l’ingresso della metropolitana. una tettoia protegge le scale. è di vetro. alzo lo sguardo, tendo orecchio al martellare aritmico della pioggia. immergo nuovamente le pupille tra i volti e a quel punto ti vedo. sei in piedi vicino a una grossa donna che ti indica un’enorme merda afflosciata sui gradini. ti guardo adagio: ridi e scuoti il tuo profilo sottile. la conversazione tra voi si anima, adesso sei tu ad indicarle qualcosa, ma io non vedo dove il tuo dito s’impunti. hai un pessimo francese. gesticoli vivacemente. il brusio si allenta, spiove con fugace promessa di sole. parigi è una città che mi dà la nausea. risalgo un paio di gradini. oltre la strada un ragazzo deforme, senza le gambe e sfigurato in volto, si trascina su un asse di legno con quattro ruote. una bambina di non più di dieci anni cerca di rovesciarlo. di falro capottare. è una scena bizzarra.
e io me la rido.



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mi viene in mente che dovrei segnalare più spesso cosa leggo on line. parlo di weblog. mi ripeto di tanto in tanto che le pagine che mi lasciano senza fiato, quelle che scorro in trepido timore che mi deludano, che mi escludano, ma che invece poi mi lasciano a bocca aperta, che mi fan venire voglia di accendere una sigaretta e di scrivere; mi ripeto, dicevo, che dovrei evidenziarle. no, non per gli utenti di infandum (perlatro talmente pochi da rendere vano lo sfrozo), ma per un piacere tutto mio, per un’avidità tutta personale e un poco infantile. questa sera ho aggiunto qualcosa nella colonna di sinistra. sotto quello stupido titolo che recita, falso: vorrei averlo scritto io. falso perché leggere mi gratifica cento volte più di scrivere, benché io scriva continuamente e ovunque. ma nessuno è perfetto, fortunatamente.



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anche io ho un blog segreto, blog che sto per cancellare. una succursale di servizio. ci son solo pochi appunti ammollati lì, ché altro posto non riuscivo a trovar loro. ne butto qui qualche pezzo prima di cancellarlo, così, memento mori:

da differenziando.blogspot.com:

14/02/2005
è il mio volume, il mio spazio. sono poca cosa, ma ho alberi e acqua che tracima. ho canti e funivie di ritmo. sono solo io. solo io. solo l’ale. e questa è una pagina di diario, carta e inchiostro traslati in pubblico. che tenera sciocchezza. che inenarrabile delicatezza. che emerita stronzata.

29/01/2005
siamo nella stessa galera, ti riesce quasi di prevedere l’ora dell’impiccagione. l’alba in cui ci condurrano a un patibolo di sussurri e schiaffi. in cui perderemo entrambi.

23/01/2005
così come viene.
e basta.


già, ho il cervello chiuso per ferie. ho di fronte lo schermo di un pc, alla mia sinistra due telefoni e briciole, alla mia destra un mucchio di libri. intorno musica un poco del cazzo, e una solitudine marezzata a picco sul mio cortile assolato.



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non è piacevole morire sulla croce
è molto più piacevole sentire il tuo nome sussurrato
nel buio.

mi arrivan via gmail un gruppo di pochi versi che io nomino con facilità. arrivano che son da poco passate le due.
i versi sono di bukowski, mio il lamento di uccellino che ronza loro intorno.



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non so più chiedere. mi si spezzano dita e capelli e tendini e io non so chiedere aiuto. io ti capisco, dico, avvincente, in balaustra di sostegno. intanto mi spezzo. formidabile testa di cazzo.



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non so raccontare storie

infesta l’aria un raglio. c’è un allevamento di cavalli da corsa qui vicino. in mezzo ai puledri: un asino. vita dura per lui, stonato e irsuto, fronteggiato da occhi perfetti e fianchi asciutti, massicci; da cavilgie slanciate; da criniere folte e curate. ma non s’arrende e di notte, l’asino impenitente, sbeffeggia i campioni armonici di versi sgraziati.
assonnata mi sintonizzo tra ragli e luna sorgente o calante, vallo a capire, ugualmente invasiva sui frutteti, supponente, in giardino di stelle più timide, meno aggressive e inopportune. sì andrebbero stesi a testate atomiche i paesaggi lunari, ne convengo. andrebbero massacrati i declivi tondeggianti, gli sfumati pigolii (fottuto Giovanni astuto, vecchio guardone segaiolo, come ti ho invidiato sempre, figlio di puttana, quel tuo preregrinare di morti viventi e civette golose) delle galassie impomatate che sdilinquiscono le ginocchia ai poveri di carne, a quelli che credon l’amore sia cartolina preaffrancata (spese a carico del destinatario). massacrati pure loro andrebbero i romantici, ché hanno inquinato i genitali di pretese paradossali, sfinito gli abbracci in matrimoni ridicoli, amputati i coiti in divagazioni familiari.

lascio ai folli le lune e gli anelli (nuziali o planetari che siano), ai miei pochi amici qualche libro vivace, ai miei troppi genitori affido il gatto, ai miei piedi rendo soffice campagna azzurrata d’anticrittogamico.

[ giovani donne troppo a lungo costrette nei vincoli assurdi e pericolosi d’una virtù irreale e d’una religione disgustosa [...] distruggete, calpestate con [...] rapidità, tutti i ridicoli precetti inculcati in voi da genitori imbecilli.
Lo scriveva De Sade nella sua Philosophie dans le boudoir nel 1795. a pensarci ora, a pensarci bene, sembra fantascienza.]




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salzburg

e non si parte mai davvero, e si resta muti, schiacciati, dolenti, contro una finestra a cortile d’auto, aggrappati a un davanzale. e si ascolta murmure e gemiti appena decifrabili, inoppugnabili, e si scrive, si scarabocchia con forza, e il cartoncino cede e la sfera della penna infierisce.
secondi dilatanti in brezze e movenze: attimi di un’altra vita che si raddoppia, un aborto spontaneo, una germinazione furiosa. in malinconia e risate, impronte di tabacco, labbra, ginocchia dolenti. sfumo in alcol con leggerezza, l’unica che posso concedermi: dura poco, uno sfuocato rigurgito.
di mattina, grandi occhi e marmellata, allo stesso tavolo, sulla stessa tovaglia, imbrattanti e dolci in amarezze diverse.
schiocca tra i boschi umidi qualche ramo, qualche triste ventura immagine, poi ti abbraccio, con una delicatezza di corpo e d’indole che scopre fibre diverse. resti immobile, avverto leggere le tue dita. mormoro mantra di punti cospicui.
dopo è già domani, e io guido in silenzio, forse per un attimo mi dimentico che tu sei accanto a me. condividere lo spazio non mi da fastidio mi dicesti appena dormiente.
dopo è già adesso, e si vendemmiano colori e odori, il macerare della birra, il puzzo di piscio che fanno i cessi italiani, quello di sigaretta e crauti che fanno quelli austriaci.
ti guardo mentre tieni il tuo boccale tra le mani.
dopo è troppo tardi.
e io non dormo.
dopo è ieri.

[al sole schiacciata contro una fontana, mentre mi imperlano i seni improbabili paillettes e mi strazia di vago sonno una chitarra poco oltre la mia ombra.
qualche squillo più tardi ti trovo tra mura conchiuse.]

a casa, ora.



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perché a ombelicarsi troppo, i confini sfuggono; perché le ferie incombono e siamo tutti polli da batteria; perché mi vergogno di essermelo scordato quest’anno; perché è accaduto e in un certo senso ancora accade;  perché Bologna è a uno sputo da qui, ma se anche fosse a migliaia di kilometri non cambierebbe nulla; perché cio che avvenne a Bologna il 2 agosto, avviene quotidianamente in troppi luoghi di questo che dicono esser il nostro mondo, ma quel possessivo, lì, esce nella persona sbagliata.
ma dove ho mancato io, ha scritto lui e alla sua voce, al suo ricordo, volentieri e con slancio aggiungo la mia voce, la mia memoria.




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c’è un tramonto che dilaga oltre una pioggia intensa e corposa, un tramonto che non s’arrende inerme, ma si immerge violento, deciso, carnale.
c’è Savignano, medievale, arrampicata e quieta. dominante e discreta.
c’è un gatto a macchie nere divincolanti che si nasconde e ritorna.
c’è un corrimano lucido di migliaia di prese, frettolose e stanche, gioiose e affaticate, al lutto, alla libertà.
c’è una terrazza su un panorama di grassa emilia, di scorbutica terra, di anomala aria tersa.

in altro accadere, ma:
c’è lei che ha sensibilità stupefacente, grazia di gesto, forza e resistenza.
c’è lei, voce che non s’arresta, incuneata e scalza, con gli occhi scuri e belli. con le mani piene di immagini, con un frutto delizioso in petto.

e ci sono io a precipizio, senza destinazione, leggera e di piombo, articolata in frangenti, mai univoca, innescata. fragilmente a salve.
ignobilmente viva, fragorosamente irrisolta. paradossalmente ingenua.



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