July 2005


[frammento triste, anzi tristissimo]

decappottabile e riviera da scovare con abbaglianti. poi slittare tra dune e arbusti radi. e ardere in falò da reality show ogni mio appunto, ogni mia riga. bevendo vino e fumando forte. nuda, tornare all’auto. ingranare la prima, imbracciare sorrisi e andarsene tra gli altri con vagito d’occhi felici.
a chi chiedesse ragione di tanta gioia dare mappa e mucchio di cenere. analfebeta e libera, sulla decappottabile. fino a nuovo abbecedario di fantasiose menzogne aperto per compassione ai miei labbri muti, alle mie pupille incendiarie.

non vi ho mai amato tanto.



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[autoritratto in due battute]

gli scrivo:
tra noi si sta costruendo un opaco ondeggiare di reflussi.

qualche istante dopo mi risponde:
eh??



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posso spendere ciò che mi resta: tre euro e settanta per sigarette in ottativo di piacere e nervosismo; tredici euro e quarantacinque per sandali che mi restano allacciati alle caviglie; otto euro per soffio di nero; sei euro per libro che non vorresti leggere, ma che ti verrà recapitato con irresponsabili, ma vincenti attenuanti non generiche; due euro d’autostrada. mi restano un poco di spiccioli: hanno macchie scure e son leggeri nelle tasche: sessantacinque centesimi. mi stendo al cielo offuscato, dal mare arriva litania di schiuma mesta. poco più in là accendono uno stupido fuoco. elaboriamo nostalgie simili, con obiettivi diversi. la tua è amara; la mia forzata, applicata con chirurgica prontezza, con asporto accurato della parte sana. mentre camminiamo, la strada si svuota, e finlamente le giornata si regala per quel che è: un orribile sventagliare di canottiere e bichini armati e automatici; di passeggini e gelati; di abbronzanti e partite in tv. superstiti, attraversiamo, odori di schiamazzi che son rimasti sospesi, che spingono, nei sogni facili degli adolescenti, alle stecche delle persiane in alluminio. angurie fracassate, carta in spigoli ripiegata. i migliori anni della nostra vita. in un confino di quotidiani abbandoni.
digito su una tastiera un rapido codice di aiuto. mi rispondono solerti. e non so tradurre nessun rumore, ma mi ridesta la lava nera di lanzarote, senza notifica di dolore, pulita. netta.
se non fosse scimmia di stoffa, ricucita in gesti che son melassa per frustrati, piangerei di tristezza. con flessuosa eleganza, però. anzi no.
vorrei credere che se ti bacian bene suonano le campane. quando zeta lo fece, suonò il telefono: mi parve un segno. vorrei una vita di ciarpame in cui salutare marito impiegato in banca e figli pronti per il saggio musicale. vorrei mi maledissero in flagranza di adulterio, per sfoggiare argomentante e lucido principe divorzista da pagare in pompini.
e vorrei non aver un’inclinazione patetica per l’ultimo spettacolo. soprattutto quando si recita in un teatro di ratti e la comparsa più scriteriata è l’unica che saprà trafiggerti, finirti in armonico schianto, farti sentire peggio, meravigliosamente peggio. nessun alambicco di camelie nel sottoscala dove si ripassan le battute ovvie della sceneggiata.
un bilgietto mi vien con sessantacinque centesimi? per i coglioni è gratis. si accomodi.
transazione eseguita.



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[in your eyes]

in your eyes




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mi raccolgo in altre parole. nessun link, però. talora alla delizia dell’irriducibile ci si accosta con compagni i cui nomi si sussurrano piano, in maniera non foneticamente comprensibile.
e alcune ore fa Bologna, tiepida e buia negli angoli, mi sfilava anelli e bracciali e li traduceva, ogivanti, in portici asimmetrici e ricamanti.
altrove vivo. io vivo.



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se muoio adesso son fregata, non che mi preoccupi di morire, ma se lo faccio ora son fregata, per esempio: contro ogni indicazione del medico sono uscita con febbre e dissanguamento ancora furente. ma dovevo fumare. fornita solo di 10 (dieci) euro, e considerato che i distributori automatici danno di resto al massimo 2 (due) euro, ho dovuto comperare 3 (tre) pacchetti di diana blu morbide. sigarette fumate: solo due. la rimanenza in caso di morte sarebbe esosa. di tanto in tanto mi capita di sentirmi una donna da marketing e da market, pertanto ho comperato un abito, tassativamente nero, ma è pur sempre un abito. vorrei indossarlo almeno. e non è comunque adatto alle esequie funebri. benché nero, non è adatto. mi hanno pagato via assegno tre mesi anticipati, non ho ancora versato la grana in banca, e soprattutto non l’ho ancora speso quel bel tintinnare lì. poi ci sarebbe che ho solo 34 anni, che vorrei vedere di nuovo alcune facce che amo molto, che devo finire un paio di libri, che vorrei vedere la rivoluzione, che ho voglia di mangiare il branzino al sale, che vorrei avere ancora un orgasmo da urlo, di quelli che poi dici grazie e il tuo partner crede che il merito sia suo e s’ingenerano una serie di equivoci terribili. ci sarebbe anche che ho ancora necessità di veder nevicare, di insultare la prima faccia di culo che incontro la mattina, di ridere forte e di dimenticare che si può essere felici, di stare rigida come un salame alla pertica davanti a uno stupido tramonto, di fare il bagno al largo, in mare.
speriamo di superare la notte. intanto ci bevo su e mi cambio le mutande. non credo che ai morti puzzino le ascelle, non di sudore almeno. la doccia può attendere dunque.
buona notte.



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[the way we were]

s’infittiscono in trama di sangue le garze che senza volto mi porgi. son garze ruvide, non sterili. il medico che all’alba appena mi guarda in faccia e mi tiene battiti in conta, mi rimprovera il poco sonno, il poco cibo. io invece mi taglio in due la lingua, firmo trattati che non son neppure alfabetizzati e mi condanno. s’allarga l’emorragia su uno schermo di insulti e di genitali non nostri, un brivido mi dirai qualche ora dopo, inchiodato alle tue poche ore di sonno. ai nostri gesti malsani. nel rosso senza sfumature delle lenzuola tiepide covo un’ansia di corpo sfinito, un sudario di cattiveria autoinflitta. scorrendo le atrocità puerili che commettemmo senza pudore in giro di notte, si ripete l’arcano gioco: ti concedo tutto, non mi perdono nulla. alito dovresti avere. e io sguardo diverso. altezza di levità. ma non dileguano i colpi, il soffio che li annuncia abbattersi alla cieca. non regge le garza, imbibita ora in eccedenza risputa, lacerti di me, il mio sangue, il mio sangue, il mio sangue. ha un colore che pulsa. ti salvo per infliggermi caduta libera, nemmeno te ne accorgi. non ti sottraggo a nulla, non diminuito mai, ti lascio infierire. c’è nella mia resa, nel mio darti coltelli e lame, una tenerezza che non vuoi accettare. preferisci strade tracciate, tu che mi convincesti di appartati occhi.
ma non ci videro, ricordi? non seppero di noi che scegliemmo la pioggia.
sulla porta che immette al giorno il medico mi sfiora una spalla: stia immobile, mi dice, non si affatichi e se continua l’emorragia chiami un’ambulanza. lo dice a voce bassa, ma con chiarezza. resti immobile, mi raccomando. immobile.
poche pagine, una sigaretta che non ho, e cupo fluire. la prossima alba è capillare che svasa in giallo. credi di aver vinto e non sai.



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talvolta: meglio quieti, senza nemmeno alzare lo sguardo, senza emettere rumore o sorriso, o elenchi. meglio tornare senza aver mangiato, e pranzare dopo, molto dopo, perché ad alcuni le bombe rovinano le acconciature, ad altri sventrano il corpo. sono casualità. a questo punto sono casualità. o ti rifai i capelli o vai in bara. dal punto di vista strettamente sinaptico per alcuni non cambia molto. ma certe cose, con anatomie esplose di fresco non si posson dire. non è educato. e ciò che sommamente conta è ridicolizzare il contesto in cui fischiettano i vivi, renderlo un omogeneizzato verdastro, e glorificare e apparecchiare scenario regnante per i cadaveri. niente da eccepire se non fosse che non si distinguon più nettamente i primi dai secondi, cioè io non li so distinguere, Vespa, ad esempio, ci riesce benissimo.

accanto: la tua bocca, isolata in campo visivo. il mio esaurirmi con paradosso, in cui chissà cosa scolpisci. nulla basterebbe. e mi vien dondolio di esser io a non percepirlo.
anche: briciole e tabacco e voci, archiviate, ma vestigianti ancora, sul mio tappeto rosso, su cui kako arabesca, in peli, nuova grafia di convivenze e bevute.
sempre: i miei occhi gonfi, un liminare di coltello, alla cui estremità m’arrotondo, morbida, inoppugnabile. dove anche adesso respiro, digiuna, stanca, perduta. e sola. la declinazione in cui demolisco meglio, la sola che mi compete. quella che non mi salverà. ma della salvezza e di simili raffinerie di code di pavone, non so darmi peso. macero più volentieri e con perizia ai margini dei fossi fangosi, benché anch’essi, ultimamente, stiano, insopportabilmente, riclassificandosi à la page



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[senza destinatario]

come al crepaccio l’urlo e la sua eco.
io.

la grossolana fioritura degli stupidi proclama amori ridicoli.
fum(m)o una meteorica eccezione. e fu(m)mo la regola.



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le strade che non percorreremo son librerie che si svuotano, son il gatto che ti annusa diffidente, son serate che non si spengono, canne a mezzo nei posaceneri. in cortile ti muovi senza sorrisi, te ne vai caricando ciò che t’appartiene. il mio sollievo zoppica, il tuo è fatto di cosce nuove, il mio di uno stonato disagio. poi mi si scoloriscono tra le dita parole e leggerezze, vado incontro a ciò che vidi con uno stato di malevola rassegnazione. distruggo con oculatezza, mi vanto di ferite che saran mie, abbandono graffi sui tasti. e nessuno mi afferra. la tiepida nostalgia si brucia nel tabacco del mio pacchetto quasi vuoto. e a metà mattina oppongo un rifiuto non richiesto e mi butto altra vita alle spalle. fiera di massacrare l’unica pelle che io conosca, la mia. l’unica che io abbia. non ho fiori al petto, piuttosto arido soffio di argilla, alla bocca e al ventre. una volta una donna che non stimai a lungo, mi disse che prediligevo fare a pezzi, le risposi che non sapevo come altro vederle le cose, che non capivo come altro verificarle le ipotesi.
[per A.]

e la patata che Ivan mi lancia, non troppo rotonda,  tra le mani, la sbuccio così, senza ustioni:

libri nella mia biblioteca: non ho una biblioteca, ho mensole che van piegandosi e disordine di fogli e appunti. non so esattamente cosa alberghi indisturbato tra essi. so che palpita nei momenti più improbabili. e va bene così.

l’ultimo libro che ho comprato? non lo ricordo con certezza forse eran più di uno, ma certamente c’eran questi: Dickens, Fruttero & Lucentini, La verità sul caso D; B. McGinn, L’anticristo.

libro che sto leggendo ora: Strani attrattori, antologia di fantascienza radicale. (un debito di lettura che promisi di assolvere). in realtà non leggo, mi abbandono incerta tra le parole e attendo che mi smaterializzino. purtroppo non accade. passerà.

tre libri che consiglio? (ma son quattro e più): mi si perdoni la presunta ovvietà, ma non posso esimermi: Dylan Thomas, Lettere d’amore; K. Marx: Il Capitale; E. Montale, tutto il pubblicato e reperibile sul mercato;  Balestrini Moroni, L’orda d’oro. (faccio torto a migliaia di pagine, a cominciare da Pascoli, da Sanesi, per finire con Alda Merini, da talune illuminazioni di Leavitt, ad alcune vividezze di Salinger e Maggiani)

mi piacerebbe sapere come se la giocheranno in riassunti di debiti fondanti e bellezza: Red Roofs, Confusion is next e Dinottenote, che m’auguro non me ne vorranno troppo. purtroppo non posso rimettermi a Paolo, che già disse, come solo lui sa fare, qui.



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ricomincio da qui, da quello che credo di sapere, da quello che non so. ricomincio dai no detti per cattiveria e dai sì prodigati con supponenza. riprendo dagli orli della rete in cui m’annido, e non è virtuale.
ma tessuta in maglia resistente. riparto da un traguardo mille volte doppiato, che ha sventolanti bandiere sfilacciate diverse. non da capo, mai alla fine. senza regole, solo fatica, solo attenzione. riparto da tutto quello che mi ridiranno in lignue vecchie con variabili e impensabili sostantivi. posizioni diverse, in medesimo recinto.



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forse perché scrivere non è coniugabile, forse perché dovrei chiudere occhi e palmi e giardini. forse perché so che odore può avere l’aria del cielo alto. forse perché ho finito le sigarette, forse perché un anno fa trovai la Norvegia scolpita e silente, forse perché son in asintoto emotivo, e ho cancellato tutta una storia di silenzi, o forse perché a volte è bello, bello, che lo dicano altri.



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non vorrei ora sentirlo premere il mio stomaco vuoto, non vorrei reclamasse sostanza per felicità enzimica. e neppure il sudore, che mi traccia scie lente dietro le ginocchia, tra le natiche, nell’incavo del gomito un poco serrato. la stessa cuspide dove da piccola inventavo baci restituiti di furore e che quando mi approdarono in bocca davvero, seppero con estro meravigliarmi di quanto è calda l’altrui saliva. anacoluti di senso e posizione. forse baciai la spagna, per la prima volta. o forse i lampioni vorticanti delle strade di Ametlla de Mar, o magari il chiosco dove mi sedevo a spiare i miei coetanei omogenei e felici. oppure scelsi mia madre, e le chiome germoglianti delle acacie di costantinopoli che in giardino si disperdevano in profumi delicati, in gracidii aromatici. ma baciai anche il sangue di L. e il collo di G., quando L. morì senza neppure salutarmi. o forse, non scelsi mai e mi intrisero le salive delle città, e quelle delle pagine che divorai, delle bocche che non amai o amai (c’è davvero differenza?). improvvisamente mi rattristano i sentieri che non percorsi, che indeterminati, si schiudevano dove ancora adesso (s)finiscono.
con poca destrezza mi libero, straziandone orli e spalline e palliettes, dell’abito che mi copre. mi stendo nuda sul marmo freddo del pavimento. ho affittato una stanza di tristezza, non ho la prepotenza vigile di chi crede un sudario sia di più di un lenzuolo, tessuto ogni giorno in carne e vermi; non ho covi trasparenti e archetipizzanti. solo tristezza e marmo, pagati a ore, in anticipo. in gastrico anticipo.
e in contanti.



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