January 2005
Monthly Archive
che poi annaspi, ti dibatti, sei sul lastrico, te lo segnalno senza fronzoli. anche via e-mail. e mica ci molli, t’impunti infantile di piedi e sputi. ché ferma non ci sai stare, che alle corde invochi ti ci mettano e qundo lo fanno, abili e perfidi, sicuramente molto più in gamba di te che citi Montale e ti riempi le tasche di sassi, inizi una litania di nono grado della scala mercalli.
spranghi porte e finestre, orgoglio demodé, francese a prestito. t’immagini in una casa che non è mai stata la tua. ti impasticchi di wong kar-wai. stai solo scalciando ferita, banale, immatura. taci. taci.
per ‘stanotte e per qualche notte ancora, posson bastare un cuore di cartone e un cielo stitico.
punto e a capo.
davvero però. davvero.
January 30, 2005 at 7:01 am
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una donna che oggi voglia essere libera deve smettere vesti che sono cucite sulle sue ossa, che sono la sua pelle. crescendo nella condizione di abito una donna non sa immaginarsi altro che stoffa. approdare a questa soglia, che è appena anticamera fumosa di libertà, significa aver soltanto preso atto di. la fatica è strappare gli orli, scucire le cerniere. spogliarsi. la tentazione ferale a questo punto è pensarsi in abiti differenti. in ruoli differenti. ferale perché sia i primi che i secondi (attualmente disponibili sul mercato) sono emanazioni maschili. ripensamenti maschili, spazi non più occupati dai maschi, ma tre le cui mura si respira ancora nauseante sentore di dopobarba e lozione anti caduta. pensarsi separate è stata in parte una colpa addossabile al femminismo, benché soltanto da lì, dal distacco, si potesse muovere. si dovesse muovere.
adesso non basta, non basta da decenni a dirla tutta. la tragedia si consuma nel solco di un’imparità di connotazione. tra due soggetti in conflitto si suppone che entrambi debbano essere ritenuti egualmente soggetti agenti, ma questo alle donne non è concesso. non sono assimilabili a un’idea di controparte. non vengono percepite come referente dialettico. stiamo fallendo dove, per esempio, stanno riuscendo gli omosessuali maschi. non siamo capaci di metterci sulle barricate, meglio: di farci notare sulle barricate. e quando alcune di noi lo fanno, scoprono con dolore e delusione che la prima rassegnata alzata di spalle è quella di nostra sorella, della nostra vicina di casa. non sto proponendo scontri di classe (peraltro impropri) o di genere, mi limito a ribadire il bisogno di pensarsi non culturalmente determinate. venti donne emancipate, liberate, o come dir si creda o voglia, sono politicamente e socialmente nulla se altre ottanta rimangono signore e signorine; se cento maschi, per quanto inetti, possono ancora fregarsene, mettendoci una fede al dito.
contributo minimo, non richiesto e parziale a queste parole di Ivan, che ringrazio.
January 29, 2005 at 6:01 am
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tarare
scegliere
mirare
colpire
January 29, 2005 at 6:01 am
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forse se si considerasse che il videoregistratore a 60 euro, che necesseriamente bisogna comperare per incentivare il consumo, evidentementeè stato assemblato da dita a miserevele costo, in un paese dove fanridere le mie pippe borghesi sul male di vivere. ecco forse se sitenesse a mente questo, il resto sembrerebbe meno arcano, menoindecifrabile. c’è nell’economia di mercato imposta da questo virtuosocapitale, un crimine che non può rimanere impunito. di cui bisognavedere contorni e aggettivi. talora complicare le cose che son semplici e micidialiè colpa grave. indubbiamente rinunciare al videoregistratore non èbattaglia politica, ma lo è sapere a quale prezzo reale lo si èacquistato.
January 27, 2005 at 4:01 am
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mi capita poco spesso di sfanalare tra blog. tendo, anche per ragionidi tempo, a recuperare sempre gli stessi segni. sempre gli stessitemplate. affezioni, in fondo. e io son affettivamente stanziale, comesta scoprendo qualcuno che si fa strada a gomitate nei miei pomeriggiun poco assonnati. ma devo dire che la MozBlogBar, m’è d’aiuto inqueste mie sortite perlustrative, progettate più per riposare ginocchiae stomaco che per addentrarsi in pagine e neuroni altrui. dicevo? ahsì, ho fatto sette cartelle, praticamente ho più cartelle chepreferiti, e siccome son ragazza pratica e diligente, le ho cosìintitolate: d’istinto, di necessità, d’affetto, d’empatia, di sorriso, io e bho! ovviamente una suddivisione così pregnante e logicamente stringente hafatto sì che la cartella bho! sia affollata e che le altre abbiano unamedia di 1,356 blog in pancia cadauna.
questo misero parlarmiaddosso, questo svicolare con fragranza di nulla, questo cazzeggiareispida di capelli e umore, non mi porterà oltre il caffé. eppure lavolevo provare la delizia di tradurre in pixel il vuoto intellettualeche da giorni mi confina in paradossi e rancori tutti ridicoli. accadeogni volta che smetto di leggere. ancora non ho capito perché succeda,di smetter di leggere intendo, ché sarebbe come cercare di comprenderei motivi secondo i quali una persona ragionevole e in sé decidadeliberatamente di smettere di respirare. eppure succede, e ciò che neesce è un impasto di povertà e disagio parassitario che si vaaccuminando. attendo in progetti l’insonnia balorda che finalmente miriporterà tra coste e risguardi, tra righe e punteggiatura. e io lasmetterò di sentirmi in imbarazzo di sinapsi e significanti. fino allaprossima fermata d’autobus, al prossimo tagliando neuronale, alprossimo vizio.
leggere, so solo leggere, in trantaquattroanni ho imparato ogni giorno a leggere. come ancora mi occorse, adesso non una riga.
come posso vivere così?
ah, comunque questo post, m’ha fatto venire in mente la signora T. che mi chiede come sta lasignora Rosa, che come non la conosco? ma non son di Quartesana io? eallora se abito a Quartesana come posso non conoscere la signora Rosa,tenutaria di un giardino di pappagalli e funamboli e glicini e salviasplendente? lì in mezzo a tanto lusso di flora, la signora, che mica sichiama Rosa perché faceva la lavandaia, ma perché ha petalo in fronteaccarezzato da vento divino, lì in mezzo, dico, ci ha messo una statuadi padre pio a grandezza naturale. che meraviglia, vada a vederla.
e io che son arcigna e frustrata le dico che andrò senz’altro e leracconto di quando mia nonna dopo esser stata là, in pellegrinaggioalla tomba del signor pio, m’ha giurato che tutte le volte cheaccendeva la caldaia una musica celestiale si propagava dal tubo discarico dei fumi, ai termosifoni del cesso.
ecco signora T. e adesso sia gentile mi dia la mia auto e mi lasci andare a pregare di nebbiolo e canne.
grazie.
January 27, 2005 at 4:01 am
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valicando viadotti di spazi oscuri e curve tra fiume e fiume mi accorgo, rivendico, ripenso, sorrido e accendo una sigaretta
solo queste mani e un unico tempo. un’ansia di vivere mitigata da notturni spasmi di ferita che non si rimargina. solo queste mani per scrivere e queste pupille per leggere ciò che io non ho deciso di rimettere al mondo. tra il sibilare del vento fresco della sera opaca e pulita: solo questi piedi per rannicchiarmi tra pagine e alberi: solo questo corpo, finito, che va formandosi e perdendosi: solo questa carne, solo questa, in ogni fibra contata, in ogni piega rinsaccata. di fronte: avveranti e solidali, uno stupore e una disperazione in schieramento avvenente.
e mi infilo una mano tra le cosce asciutte sentendo con necessità che posso assecondare identità, parziali o in via di propagazione, ma in realtà è potere che adessso voglio. chi sono non è argomento di discussione finale, poter esserlo, invece mi scolpisce di morso e catena. poter esserlo. questo è nodo, non margine.
January 26, 2005 at 3:01 am
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Tu dove sei sparita? Scrivi ma sembra che tu non ci sia…
via e-mail, con esattezza.
non mi piace il cacao sul cappuccino, e volevo una spremuta d’arancia.
poco oltre ferrara nord. in una scatola di latta, in un bar che fa schifo, che odora di cipolla e caffé, dove non si può fumare. diaframma recalcitrante, ma in fondo poteva esser detto anche così:
non ho un inizio, neppure un silenzio, e scrivere è una fatica indicibile, una parola di fila all’altra è un funerale senza colpi di scena. la stessa difficoltà che elabori di fronte a me. per rimanere dove sei e non spezzare il mio sorriso ciarliero. diminuiscono gli istanti e esco per fumare, tu non dici una parola. io me ne vado. un’ora più tardi sai, capisco davvero: alle sei, all’arma bianca, in un parcheggio. credevo d’averlo deciso io, la stoccata perfetta, però, è la tua. e non averla inflitta è sentinella di cuore che frana: il mio.
aveva sinuosità di declivio, perfezione d’asintoto.
January 23, 2005 at 12:01 am
prima o poi succede: di confondere la parte con il tutto, d’aver finito le sigarette, d’aver domande
inutili, di attendere credendo di fare all’amore, di perdere tempo, di sentirsi fugacemente soli,
di aver sbagliato indirizzo, di partire in seconda, di invidiare gli apostoli, di piangere i morti altrui,
di scommettere sul cavallo azzoppato, di comperare un dentifricio alla menta, di lagnarsi della
dismenorrea, di fottere senza godere, di frignare senza pudore, di dimenticare le chiavi, di sentirsi
precocemente scartati, assurdamente accettati, delicatamente respinti.
prima o poi succede di arrendersi.
con tanto di bandiera bianca in effimera seta ordita.
ma a dirlo, a dirlo come ora lo dico, se ne ricava sempre la solita compassionevole profferta
di mortadella e fiori in mazzo. con attenzione stucchevole e dolore godereccio. a volte mi chiedo
se tutto ‘sto morboso giro di tango non sia locandina della stessa viltà con cui qualche volta si piange di
letteratura: temendo le proprie ulcere ci si lava mani e piedi nelle gastriti altrui. e s’issano
affinità, fratellanze d’ispirazione.
in realtà si sta solo pisciando col catetere.
a cominciare da qui. ça va sans dire…
January 19, 2005 at 9:01 pm
solo per un quarto d’ora dimentico la poltrona nera, viscida e mi afferra la polvere sonante di tamburi. vibra, finalmente omaggiata con visione, la pagina dell’Iliade che tanto ricorre proclamata invano dai protagonisti. pulsa nella sabbia e nel sangue, nelle lance e nei carri, nel nome degli eroi che si scannano con dovizia divina e follia di giovinezza. l’aquila che domina dall’alto la battaglia e l’ingabbia nel suo occhio smisurato rende inesauribile la danza dei cavalli, la corsa dei cammelli, il grido fulgido e predestinato dell’uno ancora incastrato nella folla, ancora per poco risparmiato dalla litania miseranda del genio, figlio di Zeus, condannato alla solitudine del vincente, stravolto dalla pazzia del proprio ego. venti minuti di lotta tra macedoni e persiani in cui cantano scudi e femori, orrori e bellezza.
e non bastano comunque a sollevare un
film definitivamente inutile, scavato nei soliti roboanti portoni della strada che passa sotto casa, che invoca l’ira fedele di Achille, l’amore di Patroclo, la galera di madri regnanti e perfide, ma si smarrisce nella faccia ridicola di Colin Farrell, nel finale apocalittico e vacuo. pretestuoso.
January 19, 2005 at 9:01 pm
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un attimo prima. prima di fraintendere e sorridere. ma son come le mosche che sbattono contro le lampadine. stock.
tasche vuote. casa in vendita. con tutti i mobili.
sensi unici sbarranti.
taglio connessioni, dismetto e-mail. riassetto termini. penso a cottimo.
e qualche graziosa prima edizione, già al risguardo (tra le scapole) marchiata, svalutata dal mio possesso.
la venderei l’anima se l’avessi. ma m’han dato un ipotecato castello di carte e intimidatori doccioni con la promessa fosse un ascensore.
benché tema le vertigini, alla fiaba immortale non credo d’agilità.
giusto un attimo prima di spegnere la sigaretta e sbadigliare.
richiama pure i cani.
lampeggio quieta adesso.
January 17, 2005 at 7:01 pm
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ubriaca e sanguinante, ma senza domande. con un infinito paradosso di tempo che non so percepire contiguo, come se il presente fosse un playback. mani sporche e coscienza non rinvenuta in un bicchiere di cannonau. folle mi dicono, mentre uno a uno contano le astruserie che son goduriose solo quando sono a prestito. farò di me ciò che i tatuatori fanno del loro corpo. merce da esperimento. non ho che questo da mettere all’asta: me. e chi crede che la sua sorte non sia questa, ha un intervallo che non gli invidio. giusto il tempo di una messa in piega, tra una lavatrice e un referendum. dimenticare è sogno che tocca in sorte agli dei. ma mi garbano, a me, le cicatrici e gli autunni. nulla è più obliterante del timore d’avere paura.
January 14, 2005 at 4:01 pm
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a metà tra una bevuta e uno starnuto. dissipando e inclinando. in parte rispondendo a. e forse qualcuno più di altri capirà, traslerà in corretta postura questo mio furto senza movente. a nervi saldi che ricordavo, che ora non ho. come diceva Clepton: ché un bicchiere è troppo, ma trenta son troppo pochi. anche se qui, purtroppo, l’alcol non c’entra. e nemmeno l’amore. sia chiaro.
trapped
don’t undress my love
you might find a mannequin;
don’t undress the mannequin
you might find
my love.
she’s long ago
forgotten me.
she’s trying on a new
hat
and looks more the
coquette
than ever.
she is a
child
and a mannequin
and death.
i can’t hate
that.
she didn’t do
anything
unusual.
I only wanted her
to.
January 12, 2005 at 2:01 pm
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a sangue con un fornitore, nella testa un pezzo terribile, e ancora asfalto tra le mani: che differenza c’è tra post-moderno e post-fordista? mi viene in mente di quando s’andava in giro a vender libri e si parlava con un ragazzo toscano anarchico di sabotaggio industriale e di edizioni cladenstine. utero in netta fase luteinica. sole sullo schermo e xmila euro da decidere come far fruttare. tutto accade senza che io lo controlli, mi limito a tener alta la guardia. l’euge chissà dove legge un poco dei diari della Plath, io poesie di specchi. mi si disfano tra le mani gli occhi di quando credevamo che il futuro avrebbe solo avuto un ritmo differente. squilla il telefono, quello di Zeta. lo chiamo, non con il suo nome, ché chi amai di carne e pelle lo ribattezzo d’altre sillabe. Non risponde e chissà dov’è a consumare secondi e plusvalore. alzo la cornetta: aletaldeitalibuongiorno. da dove non so, perfetta voce maschile, l e n t a m e n t e: volevo solo dirti che ti amo. tutti i bulbi piliferi della schiena azzardano un’ eventualità, segnalano un incerto. deglutisco. se non avessi risposto io?(penso) l’hai fatto(ribadisce). riattacca. unghie e coltelli. deposito cauzionale riscosso.
questo forse sarebbe un post. invece è un’altra banale pubblicità della Mulino Bianco.
(benché ogni riga sia vera, anzi proprio per questo)
January 10, 2005 at 12:01 pm
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tienimi sottovuoto, che sia mai mi sciupi caviglie e falangette, lima ogni bordo ruvido, deodora ogni respiro, decontamina il frutto e il pane che m’offri. accendimi una sigaretta aspirando piano ed escogita un sistema grazie al quale il cancro piegherà il tuo di afflato. e leggi, con voce di pizzo e caffè, la storia del povero principe che deve addomesticare la volpe e congiungersi carnalmente con una rosa. poi adagiami su un velluto di ottima trama e baciami mani e fronte. ché il non capire un cazzo talvolta è unguento divino per piccole piaghe d’infante tedioso.
no, non hai capito.
January 9, 2005 at 11:01 am
non basta avere una chitarra in mano per esser P.J. Harvey .
January 8, 2005 at 10:01 am
mi s’incolla alle mani questa frase: penso sempre che al suo posto ci potrebbe essere mio figlio. la dice con aria melodrammatica un chirurgo pediatrico, parlando dei suoi giovani pazienti. la liquido pensando a Clooney, m’illudo. in realtà le undici parole mi si ficcano insolite in cranio. v’è in esse una mostruosità, una rinuncia di discernimento che mi spaventa. una mancanza di senso assassina. che significa: potrebbe essere mio figlio, se non che quello stimato medico lavora senza coscienza del mondo? non mi preoccupa tanto il ridurre ogni scambio d’alterità al proprio orto, quanto la mancanza di misure oggettive, l’incapacità di lasciare da parte il proprio emotivo vissuto. di visceri si nutrono i mostri e l’ignoranza, e le budella ghiotte son quelle ingrassate a santini e misure spicce di interfaccia con l’esterno. davanti al caos con l’apparato digerente in mano e il cervello usato come discarica emotiva. dopo la commozione o l’orrore o lo stupore deve necessariamente manifestarsi un pochino di raziocinio, oppure tutto sarà vilmente assoluto, precocemente dimenticato. senza paura di ciò che è stato e con furente panico di quel che deve accadere. allo sbando. meglio di me, Michele Serra sull’Unità nel lontano 1993:
"Per carità, siamo tutti pacifisti. Ma se avessi una madre come quelle che telefonano a Elisabetta Gardini per implorare il ritorno a casa del «mio bambino» spedito in Somalia, la strozzerei. A parte la tenacissima mancanza di dignità, colpisce in questi appelli familistici l’incosapevole mafosità italiana, in virtù della quale ciò che accade al «mio bambino» (e ciò che accade, in generale, a quanto mi appartiene) è la sola misura del mondo. Così che ci si accorge del mondo (che è grande e cattivo) solo quando al mondo capita di attraversare il tinello di casa nostra."
forse anche per questo, faccio di tanto in tanto questo incubo: suonano alla porta di casa e quando vado ad aprire mi trovo di fronte un giovane incravattato e molto educato che mi informa che Fante andava spesso dall’omeopata. e poi m’ammazza di fiori di Bach. amen.
January 7, 2005 at 9:01 am
Colti nel Segno
Disponendo finalmente e della grafia di Ivan e di uno spazio decente dove caricare immagini e quantaltro, ecco un’edizione rivista delle vostre grafie. Eventuali e graditissimi aggiornamenti, da adesso in poi, faranno riferimento a questo post. Finalmente tutti leggibili, eccovi:
BabsiJones
Cadavrexquis
DinotteNote
Ivan
KarmaChimico
LieveAnsia
MillePiani
PaesaggiQuasiAutomatici
Rage
RedRoofs
Rose
Strelnik
TsunamiNotes
Infandum
January 7, 2005 at 9:01 am
la fretta mi ricaccia le parole in bocca mentre il mio gatto m’arpiona le mani sulla tastiera chiedendo tempo. non posso respingerlo: mi mordicchia le nocche, si struscia contro la scrivania e fa dello scanner il suo scranno. tocca di lasciarli sventolare là dov’erano, i palloncini che un ragazzo cercava di vendere a bambini noiosi e imbronciati che s’affogano di pret-à-vivre. ma il mio gatto ha polpastrelli morbidi, rosa e tiepidi e m’ha convinto di vibrisse.
forse più tardi, chissà, tra una lavatrice e un aspirapolvere, tra un’ insalata e uno scarabocchio.
c’è tempo è una delle mie bugie preferite.
January 5, 2005 at 7:01 am
Inbox (ancora per te)
di stupore, nero su bianco, a metà mattina parole che tengo ai polsi e per cui cerco di ritagliare adeguata replica. che formulo a notte che avanza. mi duole un’approssimazione e mi affido a te che la leggerai. d’istinto. e m’accorgo che a: non serve sapere nemmeno questo magari, dovevo solo rispondere : serviva (e serve). nessuna deroga. o abbellimento: ne avevo (ho) necessità. e tu m’hai prestato le sillabe.
January 4, 2005 at 6:01 am
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