infandum.net

forzatamente.
come un abito che tende ai fianchi, m’infilo in matasse di tempo. bordeggio con cautela aliena i limiti che condensano in contingenze assurde i mutamenti. i miei giorni sbttono tra porte, s’infervorano contro la pietra fredda del muro.
nelle strade, lungo i marciapiedi, tamburellano le mie nocche, sfrigolano i miei respiri di bruma.
fermati, adesso.
adesso.
vuote. queste parole sono vuote, son inutili casseforti, il cui unico valore sta nella massiccia facciata, nella combinazione perduta, nel sigillo defraudato. l’aprissi (tu) non troveresti nulla.
e cosa m’affanno? e davvero m’affanno?
no, cazzo, sto piuttosto incline al nulla, sfilacciata al riparo, guarnita di suture.
non ho fretta. ho un grumo di saliva e sperma che lentamente scivola lungo i miei gomiti, ho la tua carne crocifissa a un intonaco freddo. ho notti in cui giaci respirando adagio, in cui inghiotti i miei sogni, in cui t’adagi nella bara fiorita del mio ventre.
notti così, che scolorano, imbiancandosi, in mattine gelide.


se ne stanno raggomitolate sul fondo inquieto di qualche scatola le parole, non necessariamente le mie. non solo le mie. sembrano nomadi gruppi di sillabe in cerca di momentanea oasi, cerchio verde, ombra di quiete. si depositano appena su un foglio, su uno spartito, a margine d’un conto, tra le stringhe della provvidenza. sostano un poco, poi se ne vanno, in rete, nel cestino, al macero, nel cesso, nel tempo. non s’arrestano, né si condensano. vagano.

in tanti giorni di cose n’accadano. per esempio cuba. ma prima di lei, ad evocarla, a sentenziarne il diletto perdente, lo smeraldo smagliante, un libro, questo libro.
me l’hanno regalato senza avvertenze, chi per me lo scelse m’immagino abbia sbuffato tra gli scaffali, nervoso e stanco, reclamando una copertina che avesse con me intenzioni transitive, che m’affascinasse, mi dicesse di arrendermi. chi me l’ha regalato navigava a vista senza conoscere i capricci del mio gusto, i gusti del mio costante capriccio librario. insomma ha avuto culo. e io con lui, ché garbageland m’ha inquinato, desolato, convinto. s’è capito, insomma.
m’ha ammaliato non tanto il futuro cattivo e clonante, o il procedere a immagini d’un mondo vero e impossibile. non tanto il frammentario scorrere di brani slegati gli uni dagli altri. non tanto la cruda bellezza di certi androidi. m’ha vinta la parola, la sua evocativa e materica riscrittura, il suo azzardo semantico, il suo rotondo poetico. come fosse cuoio o vetro o selce o foglia o inverno o vento o paura o sangue o luce, la parola. come se fosse. mica cazzi.
la storia, che non è una storia, ma un ritratto, una canzone di battaglia, o roba del genere, è quella del mondo iperbolico di domani, del consumo trionfante d’ogni cosa o essere, del cielo che è finito, della terra che è sprofondata nelle linfe ghiotte e oscure della fine, del controllo cibernetico, dello spettacolo depravato della solitudine. s’è capito, insomma.
in mezzo ci scorrono guerrieri, resistenti, esiliati, mutaforma, bambini e antichi vecchi eterni. e una buona dose di sangue.
le altre cose di Abreu in Italia non son uscite.
peccato.
una cosa è certa, certe parole di Abreu a l’Avana son infilate tra le onde e il Malecon; a Trinidad guizzano tra i ciotoli delle strade; a Vinales esalano dalle piastre roventi su cui giacciono spolpati maiali e polli.
e a questo punto bisognerebbe parlare di Cuba.
già.


il primo schiaffo è uno specchio, la mia faccia striata di alcol e stanchezza, un vestito attillato, un domani fulgido ingurgitato in un presente costante. il primo schiaffo è un abbandono, un vertice di solitudine magnifico. il primo schiaffo è felicità nuda, senza contesto.
elisa non semtte di parlare un istante, oppongo la stessa resistenza che potrebbero tre stuzzicadenti in croce rispetto ai baldacchini di berniniana fattanza.
il secondo schiaffo è una canzone terribile: la bruttezza è sublime, terribile, ascetica. mi decopongo in anfratti decuplicantisi, tutti tramati sulla stessa partitura pessima del pezzo che la mia autoradio sfoga in loop.
elisa non smette un fottuto attimo di parlare, non so cosa dica, tanto meno so il perché. pare deliziata dal potersi sfogare, incantata dal poter ritessere nel racconto una vita possibile, da opporre a quella sfocata e asciutta che s’ostina a vivere.
le dico a un certo punto, oltrepassando il reno, due cose che m’inteneriscono il cuore. non ci fa caso. la sua litania è deliziosamente imperante.
il terzo schiaffo è la mia onestà, il mio muso ostinato, la mia parola mai negata, il mio sfrontato desiderio di pulito sfascio del sé. i miei palmi ricolmi di peccato, opposti alla volgare e gloriosa possanza degli innocenti, dei sedicenti tali, degli ammorbanti infanti che vanno inflazionando il mondo, forti del loro vagito incontaminato. ma io sono ferocemente orgogliosa del mio peccato originale, della mia fuga dal paradiso plastificato, del mio consumo senza reticenze del mio corpo. facciano i corvi senza macchia di me il loro pasto. virile supponenza nella forma, perseveranza femminista nell’errore ragionevole, le fonti che mi decifrano incostanti.
sono ubriaca quanto basta per avere orrore di ciò che non vedo e crticare ciò che vedo.
elisa non smette un secondo di parlare, ma io sono fradicia di quella felicità patetica di cui son provvisti gli accampamenti che assediano le roccaforti del dover essere, in cui i soldati migliori si svaccano liberi dopo aver fatto la ronda a difesa della città ideale. pensiero e scorie di esso. ontologia e consequenziale prezzo in alcol.
panem et circenses, questa notte.
in fondo la battaglia più dura, in questi tempi di trincee virtuali, la si combatte per parcheggiare.
non l’auto, bensì il cervello.
io, per me, non ho che da offrire multe per divieto di sosta.
e, cascasse il mondo, scendessero i cristi d’ogni fatta da quei crocioni immondi, ne vado piuttosto orgogliosa.


d’un balzo in un anno numerato a nuovo.
penso a questo paese, allo sfascio della politica, alla rappresentanza nulla, alla pantomima e all’assenza di vergogna di chi dovrebbe governarlo e di chi non lo pretende.

dovrei dormire da un pezzo, ma m’ottenebro di troppo rimandare, come avessi il cervello affamato di cibo per gatti. mi pareva d’averlo svezzato a caviale invece. che strani fondi s’agitano nel torpore.

in realtà sveglia come ora forse non lo sono stata mai. e i minuti passano.
come sempre l’alba incalza.
le notti sono sempre troppo brevi.

I. diceva che stiamo sempre ad aspettare che passi. trascoloriamo da una situazione all’altra come fossero ponti per una riva che finalmente ci possa sembrare raggiunta. sempre in transito da un punto a un altro in un moto la cui spinta propulsiva è legata al dimenticare, al lasciare affievolire. il traguardo un ricordo senza turbamenti: una nostalgia intatta in cui questo vivere si lascia dunque e finalmente scrutare?
adoro l’inganno funesto del desiderio.

lontano da questo spazio di parole si edifica la mia cifra. la distanza tra essa e queste righe ogni giorno s’accresce. D. qualche ora fa al telefono mi diceva che i suoi infiniti mondi se ne vanno inghiottiti dalla pragmatica ossuta del quotidiano. Lo diceva con un tenero risentimento, una marcata ironia. l’ho apostrofato dicendo: era ora, basta con tutte queste stronzate. abbiamo riso. sappiamo entrambi che non stavamo centrando il bersaglio d’un fraterno malessere. nella furia centrifuga della schiuma del fare si va smarrendo l’ultimo baluardo infantile d’un’ intimità inviolabile, d’una cifra individuale intoccabile. si fa corpo la certezza che essa non si collochi oltre, o fuori o altrove, ma che più semplicemente si riconfiguri di continuo. o che più banalmente non esista.
ma senza ancore vivono gli eroi. e i cefalopodi.

ricomincerò a fare fotografie.


l’autostrada s’inghiotte la brace della mia paglia, la pioggia saetta concitata sul mio parabrezza. batte un’ala nera di emozione. la notte grande, e distesa tra mezzerie di pensieri, mi consegna a una bottiglietta di vetro in cui dondola il destino drammatico e ridicolo che voglio per me. è teso, il nome di quel destino, tra una candela che brucia lenta e un piccolo ciondolo cubico. color avorio. sta lì e oscilla poco domito tra chi è quel che sembra e chi non lo è. tra racconti che diventano carne e mimica vivendi e voce. e lei naviga sorridente nella sua stanza accesa di fiamme e aspettative, tra chi resterà e chi negherà; tra chi dimenticherà e chi non potrà farlo mai; tra chi non vorrà farlo e chi ritornerà.

e l’amore immenso per a. e il corpo smisurato di esse che m’ondeggiano in petto. e in un tremito pavido il dubbio d’aver sbagliato i conti, ricacciato nel sacchetto i numeri già estratti, le tessere già accese in impossibili cinquine su un tabellone al neon.

mi graffia un’urgenza, mi accovaccio tra le sabbie calde delle sue parole, all’erta, stanca, sfinita d’una voglia che conosco.
una bolla tra esofago e cuore in cui struggo, centellinato, ogni secondo che la sua fottuta e disgustosa e insopportabile assenza incide, attraversa.

ne sei ancora innamorata.
sembri pazza.
goditelo il nodo che t’ha detto esser struggente e miscelalo con quello che sotto le unghie t’è rimasto delle notti, delle città, delle parole, dei respiri, dei baci, della rabbia, delle carezze, delle scopate, delle solitudini, degli orizzonti sfregiati da un unico testardo e insoluto imperativo, quello che t’impartì come una supplica, come un dono, come un marchio, come un gioco, la sera che declinò una ad una le sillabe del tuo nome. lo stesso enigma che, teso, se ne sta in una bottiglietta, tra un mozzicone di cera e un ciondolo infilzato, in attesa d’esser risolto, dimenticato.

[ost: back to black, Amy Winehouse]


insomma non è che ci si capisca molto della vita, al massimo s’interagisce con un abbozzo in pantomima. insomma non è che si dimostrino usi corretti dei neuroni se si sta inginocchiati lungo le scale a farsi dire e ridire ciò che non avrebbe dovuto interessare già anni e anni fa. non è che si vada lontano sventrando futuri di melassa e riuscendo ad ingropparsi le mani e l’esofago occluso, ascoltando un sussurio d’amanti un poco schiave, incarnate in ventagli giapponesi e nella voce senza paragoni di Mina.
dunque eccoci, nelle nebbie complici in cui s’addormentano gli usignoli e germinano suadenti i segreti; eccoci senza modelli a investigare sulle ri-fondazioni dell’umanesimo, incespicando in Hegel, guardando di sottecchi Freud, ringraziando le menti lucide di tanto sofferto e vituperato e onesto e superbo femminismo, applaudendo a Marcuse, omaggiando Marx.
eccoci soli davanti al solito percorso accidentato che pare sempre lo stesso, che muta invece ad ogni respiro dimenticato.
eccoci rinchiusi nella gabbia magnifica di questo corpo che ha finalmente ottenuto il dominio che pretendeva, la sottomissione cui anelava.
insomma non è che si capisca un cazzo della vita, al massimo s’ottengono valanghe d’informazioni su come s’accoppiano le lontre e i gamberetti monchi. utili per ottenere un colloquio con Piero Angela. e ho detto.
insomma si sta come d’autunno le foglie sugli alberi in pieno deserto.
guarda te che sfumatura ironica ha lo stare al mondo mentre il cuore si fascia di spine, omaggiando sogni e ventri.

ma su un tappeto in cui si stiracchiano gambe diverse di donne diverse, attraverso emotività in saldo, sfogliando il menù a prezzo fisso della buona sorte di cui ci si lagna invano e che senza cattiveria ci ucciderà, ci si convince senza remore di


( )

amore mio dicono che l’amore sia un cane venuto dall’inferno. se è così, il suo latrare dolente e mistico, il suo morso straziante e invitto, celebra solo le carni schiumanti di sangue caldo e fibra replicantesi.
amore mio agli zombie è al massimo consentito farsi delle seghe nello schifo dell’ultima fila, tra i guardoni rapaci e senza artigli cui garbano le carogne spompate.


perché ti fermi. e dici quello che avresti voluto, veramente voluto. perché credi che a volte le mani sporche, la faccia sfigurata siano la forma più privata di bellezza. non potresti mai chiedere aiuto, non è nella tua dispotica indole, ma mentre il treno corre da bologna a ferrara e si svuota il vagone ristorante e resta solo il tavolo apparecchiato nell’angolo ultimo della carrozza, mentre la sera si prende ciò che le spetta, tu profani i recessi sciocchi del tuo cuore e sogni cose stupide e ti fermi lì. ai sogni e a un assunto di definitiva e pacifica belligeranza.
fermo in corsa l’eurostar scheggia la tua quiete ubriaca.
quando s’aprono le porte sul marciapiede della stazione ti senti colma di tutto ciò che avesti e priva di tutto ciò che hai.


ma dio, son sudata e non mi sento nemmeno le chiappe. ho tra i piedi un aggeggio che chiamasi step, sostanzialmente un gradino di plastica su e intorno cui piroettare a tempo. mi vien da pensare solo a che fatica della minchia è respirare, fatica bestia d’enfisemi di nicotina, di menischi rosicati, di legamenti frastagliati. son sudata in modo volgare, puzzo di un odore cretino, mi dico: ah quando sarà finita la fatica, cristod’undio, sarà relax e porte che s’aprono su muscoli atrofizzati che si ridestano, ah sì sarà un compendio d’ossa che si riscattano, un’orgia di legamenti estatici. mentre inciampo sul ritmo dell’orribile ost di flashdance, la parola orgia mi rimbomba in testa, seguita di pari passo dalla parola eroina, incalzata dalla parola orgasmo. sputo un grumo furente d’ipossia e mi viene in mente la parola letteratura, che s’appaia alla parola finzione, che s’ingroppa con la parola magnifico. punta e tacco del piede sx a ritmo sullo step, desidero una banale sorsata d’acqua, sconnetto il cervello: mi sto pisciando sotto? riconnetto il cervello: ah no sudo tra le gambe smodatamente.

mi ridesta a frustate l’aria della sera. la palestra un mucchio di carte ingiallite alle mie spalle, aspettative in carton gesso.
mi tasto le cosce e i polpacci.
spendo tot euro al mese per tutto questo? le verità peggiori s’alzano in piedi troppo spesso nominate da un imperscrutabile .

(a margine e perciò in prima linea: nelle spire di un’unica esistenza, infinite riscritture della stessa, cori conservatori e assoli anarchici, coscienze al macero e canovacci desueti in cui ciascuno s’affatica a scrivere il proprio nome. nelle spire di un’unica esistenza io al mio, di nome, rinuncio d’istinto, infiniti battesimi piuttosto; e un’oncia di sentimento vicario che conforti senza cerimonie lo sforzo commovente, ma neurale, di acchiappare il mare con le mani)


d’una felicità sporca e avvinazzata mi macchio, mi inebrio; aglianico vivo, brividi di rosso d’uva e di pietra antica, d’intonaco vecchio.
qualcosa che somiglia a: tutto è possibile.

sì, è vero, irrimediabilmente vero, ridicolmente vero: tutto è possibile, anche che io ti guardi in faccia, ubriaca e ti chieda se e quanto, anche che tu mi guardi in faccia e mi dica. roba da due soldi ‘sto gaudio: una pienezza stropicciata, poca seta, cotone ruvido, ché l’avorio, i fregi e le altezzose sontuosità son sogni da miserabili.

non è il vino a sfogliarmi, non solo, piuttosto un rotondo armonico di compiuta presenza.
è finito il lutto, non mi ricordo chi morì e delle due è la seconda la novità.

ora ciò che mi resta tra le dita è un indeterminato di piacevole stupore, perché Elena ha mille storie da narrare, mille visi da mostrare, mille amanti da ghermire, mille battaglie da combattere e una sola vita infinita da vivere.

e io mi siedo tra chi s’attarda sempre un poco dopo che è calato il sipario, perché, nel brusio diminuito dietro le quinte, germinano le voci, iniziano i racconti. lontano dai clamori della platea sdegnosa e irreggimentata sfila stanca e sorridente la maschera più bella della verità.


e son ritornate le giornate migliori, gli obliqui scorci di tramonto liquido, gli screziati azzurri come se gli orli strappati del cielo sventolassero rossi sulla terra. i profumi sagaci, i colori brucianti del seme silenzioso, della promessa dormiente. son ritornati i ragazzi delle scuole sugli autobus, ammassati in languori e strane forme di esuberanza ormonale e sociale, fracassati in pose che sveglierebbero le cosce di una morta. son tornati i tappeti rossastri e arancianti delle foglie dei tigli: in drappelli fantasiosi e vivaci s’intrufolano negli androni, s’attardano sulle mezzerie delle strade, crepitano di sussurri allegri lungo le mura. son tornati gli abbracci caldi, le mani sapienti, i lieviti profumati dei baci mentre le notti s’allungano senza precipizi d’alba, ma scolorendo nel giorno con arresa familiarità.

gli anglofoni, e non solo, non conoscono geminazioni consonantiche, distintive o meno che siano, pertanto niente roba simile a: ammansire, abbandonare, addominale. assunzione. niente. più o meno come i veneti. fossi cresciuta per esempio a londra metà del mio immaginario di parola avrebbe subito destini completamente diversi

intermittenze di commozioni su viatici onirici, vigne, drappeggiate a festa di raccolto, che son vecchie promesse e indistinte promesse; ogni dì un amore nuovo, un vecchio amore, in questa strana stanza di giorni in cui s’annidano rinascite di gambe belle e di occhi accesi; ogni dì un lancio di dadi e son sei e cinque appaiati e son momenti in cui l’azzardo è permesso, è necessario, perciò nessuna posta basta;

oh sì sì: giocosa dipendenza, rinvigorente indipendenza:

rimetti la scacchiera sulla lastra che non s’incrina del domani e dài furente e fiorente battaglia: sacrifica i disgraziati pedoni, stordisci i cavalli geometrici, rovescia gli alfieri inarrestabili e invidiosi, mina le torri tracotanti, ingabbia la regina astuta e vendicativa, atterra il re folle.

(ost: nina simone, i’m feeling good.)


ho cominciato dalle unghie. dalle unghie dei piedi. ho sempre detestato i miei piedi, in molti m’hanno detto che non ne avevo motivo, ma. le unghie poi, manco a parlarene. eppure ho cominciato da loro, intaglio rosa su una pelle straordinariamente abbronzata, da loro mentre s’incuenavano nella poca sabbia di roccia bianca che riveste le spiagge dure di lampedusa. cominciato a fare cosa? a far pace con me stessa, per quanto esistano, plausibili, un concetto di pace e soprattutto di se stessi. non è stato un viatico di croci, nemmeno una lotta d’artigli, benché tutto in me deponga a favore d’un titanico tuffo in un bicchiere d’acqua. è stato banale. ho smesso di incedere in mulinelli, di annaspare in vortici, di sollevare nembi e lombi (e qui i lombi son metaforici, ché quelli in carne speriamo non abbiano mai da lamentarsi di un’eccessiva stasi). come stirare una camicia mentre alla radio dicono che federico s’ammazza se loretta non lo bacia con la lingua e parte in sottofondo uno di quei pezzacci tutti rammollenti. è stato banale, come scendere dall’auto e insultare il primo che viene a tiro perché oggi è una brutta giornata e in bocca ho coltelli mica lingua da leccaculo. è stato così. e basta. è fin troppo chiaro che non durerà, che s’assieperanno ancora in mille file tutti i miei soldatini inquieti. intanto scrivo un post come s’addice a chi ha un blog per necessità psichiatrica, senza indulgere in mille participi presenti. mi pare bello. noioso, ma bello.

in un pugno, o palmo (ai docili d’animo la seconda s’addice, i palmi son sempre forieri di fanatiche profezie d’amore): un lancio di cinque dadi: tre tiri a disposizione: il primo è un numero di telefono che non farò mai; il secondo sei tu, ma sei un pocker di sei e io son pessimista, troppo culo mi rende nervosa; il terzo è la combinazione fulminante dei sentieri settembrini che corrono a mare e non tradiscono i segreti degli assassini e degli amanti.

benché infiniti siano i numeri e i loro cifrari, non tutto si può misurare. per fugare puerili sortite di mistero, tuttavia tra le scapole ho inciso che:

È ridicolo credere
che gli uomini di domani
possano essere uomini,
ridicolo pensare
che la scimmia sperasse
di camminare un giorno
su due zampe

é ridicolo
ipotecare il tempo
e lo é altrettanto
immaginare un tempo
suddiviso in piú tempi

e piú che mai
supporre che qualcosa
esista
fuori dall’esistibile,
il solo che si guarda
dall’esistere.

[Eugenio Montale]


non ti distrarre, pensa agli orizzonti esotici, alle isole ventose, non a quella faccenda del dramma gnoseologico: solaris. varrebbe la pena di rimetterci una mano per vedersi immortalati come autori d’un dramma gnoseologico. e gli altri a schiattare, ad amazzarsi di seghe per comporre in arbitrio poetico la lista della spesa. cristodundio. non ti distrarre: lascia perdere i giorni sgarrupati, i mari neri che t’ondeggiano nello stomaco vuoto e cruenti, la panchina su cui profetizzavi tutti gli universi che t’andava di serrarti addosso. tra le gambe. sempre un’onda lenta tra le cosce e tra le tempie l’implausibile, restituito in dogmi tascabili. vademecum per gli amanti e gli assassini.
hai una lunga mail, anzi due, a cui rispondere, ma diresti: mi ricordo ancora di gianni e pinotto, storpiati in lingue da comica di terza categoria, che fanno sganasciare dal ridere; ricordo una bolla di stupefacenza in cui veleggiava un lavastradeaspirabicchierivuoti. diresti che eri stanca, ma a tuo agio e che le distanze le annulleresti d’un balzo se fossi un frame di fantascienza. ma.
non ti distrarre: pensa alle isole da cui emergono vergini e primavere e non alle spiagge nere che ti si son tatuate sotto le unghie in uno dei pomeriggi più belli della tua vita. com’era? o cazzo, com’era stare là a guardare l’oceano e null’altro? fumavi, sì che fumavi e ti pareva che il mondo fosse una risacca d’estasi lì per te. o mondoinfame te lo rammenti?
non ti distrarre, non chiederti come ti sboccia in petto un singhiozzo di desiderio sfrontato appena ti sfiora quei due seni magri che hai, ché ancora ti chiedi come ci riesca a farti sputare sangue in quel modo tutto suo di farti dolere lo stomaco, di farti gemere d’una paura mozzafiato, giusto prima di fotterti.
non cedere, concentrati sul sole, sul mare che ancora devi vedere. ascolta come si sfiniscono le garrule cicale, lascia stare l’andirivieni delle onde che s’infransero vite e vite fa. ché son pane per i furbi e gli eroi i ricordi: roba di lusso, merce che scotta. al massimo a te tocca il ruolo del ricettatore coglione che muore al terzo ciack.

a margine: c’hai pensato tutta una notte al rumore molesto delle cicale, poi sei inciampata in ungaretti, hai piluccato controvoglia un poco di righe (t’è sempre stato sui coglioni ungaretti, è ora di dirlo, ché a te piacciono quelli che la verità la sussurrano, la bisbigliano eversivi mentre si tagliano le unghie e non te la sbattono sul grugno in proclami), giusto un paio di versi, tanto per vedere com’è che s’accoppiano il nero d’avola e la tarsia perfetta dei furbacchioni. e lì, sul limitare d’una leggera sbornia hai trovato, nero su bianco (sia chiaro): il limio delle cicale. così. senza avvertenza alcuna: il limio delle cicale.
e vaffanculo.

un grazie speciale:
a Pessoa che m’ha folgorato in una biblioteca parigina: sua, ovviamente, è la frase perfetta del titolo;
a P. che ai bordi d’un template di mesi fa aveva attaccato questa verità: non ci sono avvertenze;
a G. che m’ha chiesto di dividere con lei una manciata di giorni e mari e soli che devono ancora venire;
alla mia anarchica playlist che cabra inconsapevole da beethoven a capossela, dagli who a mina, senza ovviamente passare dal via.


cambia pezzo, ragazzo, ritmo, sound. cambialo ché quello che hai scelto è una ballata stanca, di quelle per cui occorre aver chiappe da stringere, inguini da inarcare.
e qui butta male. non vedi? siamo infilati s’una panchina, tra l’ubriaco e il libidinoso senza prospettiva d’esultanza. non l’hai capito? non lo hai notato come lo guarda, fetente d’un addetto all’alcol e alla musica, non ti s’è sgranata un poco la pupilla nel vedere come lo sfibra d’occhi? e tu, sornione d’un mandriano me la butti, con ‘sta musica, sul patetico mirrorato?
e non hai visto, porco d’un diavolo che sei, il mio vestito di sghimbescio tagliato? la caviglia sottile, il volto accigliato? e il pasticcio di spaghetti cinesi che s’ingoia quest’altro non l’hai annusato?
e poi è caldo e la musica s’appiccica vischiosa e fetente e ti mette addosso il triplo degli anni che c’hai che s’infuriano nel correre come la birra evapora in sorsate poco dissetanti dai bicchieri, ché manco boccali seri son questi.
e mi si rivoltano le budella e m’arriva l’odore del vento caldo che m’alzava la gonna, e mi smontava il kernel. signorsì, il kernel. razza d’ignorante malinconico. vivici tu con ‘sto sfrontato di kernel in cui s’annida una discendenza di ricordi, in una sequela insolente di 0 e 1. che s’è sfinito d’una tenrezza che se fossero altri tempi sarebbe eroica, sarebbe triste. ma son questi i giorni, e son avari. e si consumano di parole e parole.
e parole.
e non me la menare con la solfa dell’amore, che non so più dove metterlo io l’amore, il mio e quello degli altri che m’arriva a vangate a mezzo ginocchio.
fammi accendere va’, mezza checca d’un sifilitico, e se ce la fai infiammami di domani e di anguria, di sesso e di lacrime, ché mi garba godere e soffrire.
ma cambia pezzo, ritmo, sound. evangelizzami d’elettricità. costringimi all’entropia saggia del caos. un carnevale d’orgia mi scuoterebbe ora, non questa lagna per lingue lente, che appassiscono in bocche tutte sdilinquite di promesse e menzogne. insopportabili le prime, grandiose e autentiche le seconde.
fammi marcire con brio, fannullone d’un barista. ché si muore solo se si è vivi e sudati, eccentrici e sfigurati. non mandarmi a casa con questo languore opaco, non mandarmi a letto con queste cicatrici patetiche sulla faccia. ché si muore solo se si è felici e scriteriati, impenitenti e triplicati.
cambia, pezzo, ritmo, sound. i fiumi fecondi scorrono sotto la sabbia, le albe son tramonti che hanno disertato, nessun senso nel silenzio se non l’attesa dello sparo asciutto del fucile.
cornuto d’un barista, io, per me, il colpo ce l’ho in canna. e quelli disarmati non mi fanno nessuna pietà.
anzi.


va così: gli adolescenti maschi fino ai 17 anni hanno deciso di divedersi in due categorie: nella prima si nascondono quelli che vorresti rapire e seviziare sessualmente per giorni, tra delizie di palato e alcove capovolte; nella seconda s’accalcano quelli che se fossero tuoi figli chiederesti venisse approvata una legge sull’aborto con valore retroattivo: fino a quando non ha compiuto la maggiore età è un diritto naturale della madre sopprimere il frutto del proprio ventre.
delle adolescenti non noti molto, anzi nulla.
certo è che tutti insieme su un autobus sanno di sudore e di caglio.
e certo è anche che devi smetterla di pigliare, per andare al lavoro, il pubblico trasporto che trascina gli studenti delle superiori alla stazione. ne va del tuo buon nome. e della tua dignità. e del fatto che una denuncia per molestie sessuali non è proprio onorevole.


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